TEOFILO BARLA.





Lettere a mamma Margherita.
Dalla corte sabauda. Dal 10 gennaio 1848 al 7 aprile 1851.














presentazione di Vincenzo Buronzo ; introduzione [e cura] di Niccola Gabiani.



1933. Tipografia Vinassa, ASTI.
2016. Astigrafica, ASTI.




Armanno Armanni

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Indice generale.
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INTRODUZIONE. di Niccola Gabiani.
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Lettera numero 1. 10 gennaio 1848.
Lettera numero 2. 6 febbraio 1848.
Lettera numero 3. 13 febbraio 1848.
Lettera numero 4. 20 febbraio 1848.
Lettera numero 5. 27 febbraio 1848.
Lettera numero 6. 12 marzo 1848.
Lettera numero 7. 29 marzo 1848.
Lettera numero 8. 16 aprile 1848.
Lettera numero 9. 18 giugno 1848.
Lettera numero 10. 25 giugno 1848.
Lettera numero 11. 9 luglio 1848.
Lettera numero 12. 18 agosto 1848.
Lettera numero 13. 29 marzo 1849.
Lettera numero 14. 8 dicembre 1850.
Lettera numero 15. 9 marzo 1851.
Lettera numero 16. 16 marzo 1851.
Lettera numero 17. 29 marzo 1851.
Lettera numero 18. 7 aprile 1851.
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FINE Indice.
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INTRODUZIONE. di di Niccola Gabiani.
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L'On. Podest Vincenzo Buronzo, di cui mi vanto e mi onoro essere fraterno amico, ha forse esagerato un poco nel lodare l'attivit della mia persona che  ben minima cosa rispetto alla Sua che lo vede medaglia d'argento al valor militare e croce di guerra, docente di scuola superiore, fondatore dell'ONB, giornalista, scrittore per gli adulti, per la giovent e per l'infanzia, poeta, studioso di letteratura, saggista, bibliofilo, parlamentare del Regno, promotore indefesso del recupero delle antiche tradizioni paliofile astigiane, mai sopitesi nel cuore e nella mente dei borghigiani di questa Citt.
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Qui riporto (grazie a Guido Notari, voce astigiana dell'Italia Fascista, che mi ha fornito il testo) affinch non ne vada perduta la memoria, uno stralcio del discorso che il Podest pronunci nel 1931 all'EIAR illustrando il risorto Palio di Asti: Cos si sfida il destino, cos lo si afferra nell'attimo che passa e lo si doma e lo si sforza alla nostra volont dominante. Poi quando sar la sera e tornando ai vostri paesi e alle vostre case vorrete sostare lungo le rive del Tnaro e del Brbore ad abbeverare i vostri cavalli trafelati, guardate fisso tra i cespugli sull'acqua: a voi apparir certo il bianco Cavaliere che avr galoppato invisibile dinanzi a voi l nella sabbia del campo: San Secondo, e l udrete voi la sua voce ripetervi che quando il Duce far squillare le trombe, egli vi attender sempre, il primo, in sella, con la spada e con la croce, per guidarvi alla vittoria e alla gloria.
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La mia modesta attivit di studioso  sempre stata volta a far s che non vada perduta la memoria di quelle "storie minime" che sono la caratteristica della vita di generazioni e generazioni di uomini e per tutti valga questo esempio: se non fosse stato per merito del nostro concittadino, dell'On. Buronzo, quanti di noi si ricorderebbero oggi dell'eroico Giovan Battista Perasso e del suo gesto?
 per questo che, pur non trascurando assolutamente lo studio della Storia, quella con la esse maiuscola, ho preferito approfondire dei temi che reputo siano fondamentali per comprendere i tempi in cui accaddero e prendo licenza di citare a mo' di esempio, fra le tante mie opere che hanno visto la luce con invidiabile successo di critica e di pubblico, le seguenti che il lettore trover disponibili nelle migliori librerie della citt o presso di me, in piazzetta San Brunone.
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A tal fine menziono soltanto: le memorie della Contessa Margherita Valenza Garretti Pelletta di Cossombrato, le poesie edite e inedite del Conte Francesco Antonio Nicola Morelli d'Aramengo, le notizie sulla Ferrazza o politica della citt di Asti, l'inaugurazione della ferrovia Asti-Chivasso, il perch l'Alfieri fu Misogallo, eccetera.
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Ma ora veniamo a parlare di quello che l'On. Podest Vincenzo Buronzo ha avuto la bont di presentare, solleticando nel contempo con la Sua consueta abilit la curiosit del lettore: siamo alla fine del 1930, sicuramente di sabato e, se ben ricordo, nella primissima mattinata del 13 di dicembre; il portone della mia casa viene scosso dal batacchio, due percussioni fatte con piglio violento, il suono rimbomba per le scale, penetra nel mio studio e nelle mie orecchie e io mi precipito all'affaccio della finestra per vedere e quindi sapere chi possa mai essere colui che con tanto vigore ha desiderio e urgenza di conferire con me.
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 il capomastro Montrucchio che ho avuto occasione di conoscere e apprezzare nel corso delle mie numerose sovraintendenze ai restauri di edifici astigiani di et romanica e grazie al quale ho portato in salvo preziosi reperti che conservo accuratamente; ha con s alcuni fogli che sventola, a gran voce chiede di potermeli mostrare, io acconsento, mi reco al piano terreno per riceverlo, mi comunica che da qualche tempo sta dirigendo gli improcrastinabili lavori di ristrutturazione del casamento Foa nel quartiere San Rocco, che sotto le piastrelle del pavimento di una delle cucine  stato ritrovato un plico di lettere risalenti alla met del secolo scorso, che ha ritenuto fosse cosa che avrebbe potuto interessarmi e con timore reverenziale si scusa del disturbo arrecatomi.
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Non solo lo scuso, ma lo ringrazio felicitandomi per l'attenzione che ha avuto nei miei confronti, mi accomiato da lui con una sostanziosa mancia che accetta a malincuore, torno nello studio, mi siedo alla scrivania, sistemo le lettere nel penultimo cassetto di sinistra e... per qualche tempo mi dimentico di loro in quanto impegnatissimo nel perfezionare la seconda edizione della mia corposa pubblicazione intitolata "La Corsa del Palio in Asti e la Musa Popolare locale", un libro che continua ad avere un enorme successo poich viene incontro al desiderio di sapere e di conoscere da parte di una citt che  stata mutilata per lungo, troppo tempo di una tradizione, di una festa, di una sfida che, grazie alle pressanti e documentatissime richieste del Podest On. Vincenzo Buronzo  stata ripristinata per personale interessamento del Duce e che pertanto d'ora in poi dovr essere immarcescibile e perci rinnovarsi giorno dopo giorno, secolo dopo secolo e diventare un'emozione sospesa nel tempo da vivere ogni anno dai rioni con maschia e cameratesca competizione.
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Trascorso qualche mese, cercai nella scrivania gli appunti che avevo redatto in previsione di un volume che avrei dato alle stampe solo dopo un approfondito studio a proposito del libro del canonico Carlo Vassallo, mio mentore, dal titolo "Inno a S. Cecilia di A. Pope e Cenni sulla Cappella dei Putti nella chiesa cattedrale d'Asti" un'agile pubblicazione edita nel 1866 di sole 24 pagine che per ne valgono dieci volte tante, e fu allora che vidi il plico delle lettere portatomi dal Montrucchio, lo trassi dal cassetto, sciolsi il nodo del laccio che tratteneva le missive, ne contai 18 e con curiosit le esaminai: erano impilate in ordine temporale, la prima datata 10 gennaio1848 e l'ultima 7 aprile 1851, tutte indirizzate al "Riverendissimo Antonio Maria Tellini Parroco della Chiesa di San Martino in Asti per parte di Teofilo Barla", ma non lessi il contenuto di alcuna.
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Fedele a come ho sempre svolto le mie indagini e investigazioni storiche, la mattinata seguente mi recai di buon'ora nel quartiere di San Rocco dove le lettere erano state ritrovate con lo scopo di esaminare, studiare e quindi inquadrare i luoghi e i tempi in cui erano accaduti gli eventi oggetto della mia osservazione.
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Fui fortunato poich il fabbricato era ancora in ristrutturazione, vidi il capomastro, gli chiesi in che modo e dove avrei potuto incontrare il proprietario dello stabile e ancora una volta la fortuna mi arrise perch l'anziano Moise Foa si trovava poco distante e osservava occhiutamente l'andamento dei lavori.
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Il Montrucchio fece le le dovute presentazioni, il Foa disse che gli ero ben noto avendo letto e riletto con piacere quanto avevo scritto a proposito di Emanuele Filiberto di Savoia e la questione ebraica, lo ringraziai, gli chiesi se potesse avere il sentore di chi abit in uno di quegli appartamenti verso la met del secolo scorso e fui di nuovo baciato dalla dea bendata: mi disse che da quando Israel Ottolino aveva fatto costruire il caseggiato, i proprietari avevano l'usanza di tenere dei registri in cui tempo per tempo erano annotati i nomi degli affittuari, dei membri di cui era composta la famiglia, quanto si pagava di pigione, le eventuali morosit e ogni altra informazione potesse risultare utile alla tanto agevole quanto lucrosa attivit.
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Aggiunse che anche lui aveva continuato a praticare questa usanza che, oltre a essere un passatempo sano ed economico, era cosa necessaria per il buon andamento degli affari, si lagn con me del costo che avrebbe dovuto sopportare per rendere decorose e vivibili le abitazioni, aggiunse che sarebbe stato perci obbligato ad aumentare gli affitti avendo munito gli alloggi di ogni conforto e disse altre cose che qui non sto a riportare e io gli diedi ragione su tutto allo scopo di poter condurre abilmente la conversazione e giungere finalmente a parlare della questione che mi stava a cuore.
Gli antichi registri esistevano ancora, e se s, chi li custodiva?
Io, mi rispose Moise Foa!
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Gli chiesi se mi avrebbe concesso di di consultarli, assent, mi invit ad andare anche subito a casa sua, acconsentii, ci avviammo e lungo il breve cammino che dovemmo percorrere mi narr la storia del caseggiato, che riassumo: nell'anno 1794 l'agiato Israel Ottolino costruisce il fabbricato, muore nel 1826 all'et di 66 anni ed esso viene ereditato da Eleazar Lattes che, abbandonato dal suo Dio per avere infranto il divieto di giocare d'azzardo, perde alle carte la propriet a favore del gentile Luigino Masoero il quale nel 1888 va in bancarotta, la casa viene riscattata con molta soddisfazione e poca spesa da Todros Lattes, nipote di Eleazar, che anni dopo per gravi motivi di salute  costretto a recarsi a Davos e vende a un prezzo irrisorio il sempre abitato ma ormai fatiscente casamento a suo cugino, colui con il quale sto amabilmente conversando.
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Giungemmo in breve alla casa di Moise Foa, dall'aspetto esterno estremamente dimesso ma dall'inaspettato sontuoso interno, fui fatto accomodare nella bellissima biblioteca costruita con legnami pregiati dove erano conservati centinaia e centinaia di incunaboli e antichi libri meravigliosamente trascritti e stampati, purtroppo a me completamente ignoti, e qui per enumerarne alcuni devo ricorrere alle annotazioni che presi confusamente comprendendo ben poco di quello che stavo scrivendo e che lui corresse gentilmente: l'uno dopo l'altro mi mostr con cura alcuni esemplari tanakh, sefarim, mishnah, ghemara, siddurim, romaniota, sefardita, ashkenazita e italki, compresi ancora meno quanto diceva al loro proposito, ma il peggio accadde quando mi offr un grande bicchiere di vino fatto secondo le regole della kasherut, purtroppo veramente imbevibile, che ingurgitai per pura cortesia e che mi tagli le gambe essendo io nel contempo astemio e praticamente digiuno.
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Quanta fatica per giungere alla meta: ricordo che svenni per molto tempo, che mi riebbi solamente nel tardo pomeriggio seduto in una comodissima poltrona stile chippendale, che a quel punto il Foa volle rifocillarmi a ogni costo e mi obblig a mangiare - nel mentre annotava il loro nome sul mio blocchetto di appunti - pane azzimo, falafel, hummus, shawarma, labna, maamoul, halva e nel contempo parlava della necessit di cibarsi di ruminanti con zoccoli fessi, di rimozioni del prepuzio, di pesach, di shabbat e di altri argomenti che fingevo di comprendere e a quel punto pensai che le regole che riguardano il cibo, il riposo sabbatico e l'igiene intima potessero essere state fra i tanti pretesti che avevano scatenato i pogrom.
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Mentre dissimulavo con colpi di tosse i rumorosi e volatili effetti collaterali dovuti a quanto mangiai, il Foa mi riport nella biblioteca dove aveva preparato una grande quantit di registri da esaminare, mi disse di avvertirlo quando avessi terminato la mia ricerca, si accomiat con molta discrezione e io riflettei: al fine di orizzontarmi temporalmente, avevo solamente letto la data in cui le lettere erano state spedite, quindi sapevo che terminavano tutte, tranne una, con "scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno di...", che erano state impostate fra il gennaio 1848 e l'aprile 1851 e chiss perch indirizzate non nel luogo dove erano state ritrovate.
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Consultai il registro in cui erano state fatte le annotazioni relative al 1851 e lessi che alla fine di aprile "l'alloggio di ringhiera al numero 17 ritorna nella disponibilit a cagione della dipartita della sempre solvibile Margherita Occhiena ved.a Barla di anni 75", dato in affitto alla ben note signorine Evelina Verrua ed Egle Martinengo e che la loro pigione era stata loro triplicata rispetto a quelle correnti "senza rimostranza alcuna stante quel che ivi presumesi verr esercitato".
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Mi chiesi: chiss da quanto tempo la madre di Teofilo Barla abit al numero interno 17 del casamento?
Pertanto consultai il primo dei registri, quello che Israel Ottolino aveva incominciato a compilare nella met del 1795 e fui ancora una volta fortunato: scorsi non troppe pagine e lessi che dopo tre anni "luned il primo giorno di ottobre Margherita Occhiena vidua Barla fitta al numero dieciassette col dilei duenne figliuolo Teofilo".
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Ero riuscito ancora una volta nel mio intento di storico: ora si trattava di proseguire, come sempre, nel lavoro intrapreso: ora s che potevo leggere con cognizione di causa le lettere consegnatemi e pertanto mi accomiatai da Moise Foa dicendogli che avrei ripagato la sua squisita disponibilit con l'invio di una nutrita selezione delle mie pubblicazioni, buon ultima quella che con molta probabilit avrei dato alle stampe e concernente quanto fortunosamente ritrovato nel casamento e rifiutai con fermezza il suo invito a trattenermi a cena per mangiare qualcosa di tipicamente ebraico, adducendo - e con ragione - il fatto che l'ora si era fatta troppo tarda e che non volevo arrecare (e arrecarmi) ulteriore disturbo.
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Giunsi nello studio, tirai fuori il plico delle lettere, le lessi pi e pi volte con estrema attenzione finch non sorse il sole, considerai il fatto che dovevo senza dubbio proseguire nelle mie investigazioni allo scopo di compiere il mio dovere e quindi di "accingermi a lasciare memoria ai posteri di gente di picciol affare", come afferma nella prefazione a "I Promessi Sposi" Alessandro Manzoni del quale tanto mi piacerebbe essere riconosciuto emulo.
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Decisi pertanto che, per non dimenticare, dovevo necessariamente dare alle stampe queste lettere e, per corroborare la mia volont, proseguii nell'implementare le ricerche appena intraprese - i cui risultati qui enumero in parte e brevemente - e appurai:
- che nel ragionevole periodo 1795-1797 nessun neonato di nome Teofilo Barla fu battezzato nelle chiese astigiane;
- che un facinoroso di nome Jean Baptiste Barla, ben noto alle autorit per le sue idee sovversive, mor affogato nel Tanaro il 29 agosto 1798;
- che il sacerdote Antonio Maria Tellini fu parroco della chiesa di San Martino in Asti e benemerito fondatore dell'opera pia che tuttora porta il suo nome;
- che nel 1809 Filiberto Bodritti, un ufficiale del Corpo Reale degli Ingegneri di Casa Savoia, era stato inviato ad Asti con il compito di collaborare alla progettazione della costruzione di quella che sarebbe diventata la Caserma Carlo Alberto dove sorgevano tre chiese dismesse nel quartiere di San Rocco;
- che nei registri cimiteriali della citt era stata registrata in data 18 aprile 1851 la sepoltura, nel luogo deputato agli indigenti, della salma di Occhiena Margherita "nata in Asti il giorno primo del mese di aprile A.D. 1776";
- che ormai avevo raccolto una messe tale di informazioni che mi consentivano di pubblicare quest'opera con cognizione di causa, senza dover fare di esse un addendum per non appesantire la lettura, ma lasciando come sempre i miei appunti a disposizione di chiunque voglia approfondire le proprie conoscenze in merito.
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Per ultima cosa mi misi in contatto epistolare con l'Avv. Secondo Pia, coetaneo, fraterno amico di giovent e famosissimo fotografo al quale chiesi se, stanti le numerose conoscenze che aveva in ambito torinese, gli sarebbe stato possibile rintracciare - ammesso che ve ne fossero - qualche immagine riferentesi al principale personaggio oggetto dei miei interessi editoriali e a tal fine gli scrissi, descrissi con precisione cosa accadde e quando e feci specialmente menzione della lettera numero 11, che lo avrebbe sicuramente incuriosito.
E l'Avv. Secondo Pia, dopo laboriose ricerche che richiesero non poco tempo, mi fece pervenire la riproduzione di due dagherrotipi che ora valorizzano senza alcun dubbio questa mia pubblicazione.
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Ancora una considerazione:  ragionevole pensare che le lettere ritrovate - e trascritte tali e quali in questo libricino - non siano tutte quelle pervenute a Margherita Occhiena dal gennaio 1848 fino ai primi giorni dell'aprile 1851; infatti sia le prime che le ultime hanno cadenza molto ravvicinata, praticamente bisettimanale, cosa che non pu dirsi per le restanti, che coprono quasi un biennio.
Chiss che fine avranno fatto queste e tutte quelle precedenti il 1848: se fosse vera l'ipotesi che Teofilo Barla scrisse alla madre due lettere al mese da quando and a servizio in Casa Savoia si potrebbe parlare di quasi 4.000 lettere inviate e forse di altrettante ricevute.
Nel ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo libricino, lo affido nelle mani dei Lettori cui doner copia autografata confidando nella loro benevolenza.
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Niccola Gabiani.
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post scriptum.
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Lo storico, o meglio il cronista storico quale mi reputo essere - sperandomi degno successore dei concittadini Ogerio Alfieri e Guglielmo e Secondino Ventura - deve riportare i fatti per come sono avvenuti, senza alcun commento che potrebbe influenzare il Lettore: sar lui a esprimere, se vuole, dei giudizi di valore.
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Lascio pertanto ad altri specialisti nelle scienze umane, quali a esempio all'amico dottore medico Norberto Saracco o a qualche suo esimo collega, l'analisi di quello che potrebbero significare quei vocativi e quelle aggettivazioni da parte di Teofilo Barla all'indirizzo della madre e quanto si celi pi o meno velatamente nelle sue divagazioni di impronta teologica: potrebbe essere un interessante addendum a un'eventuale ristampa di questa mia modesta opera.
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Le lettere.
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Lettera numero 1. 10 gennaio 1848.
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Oh Madre mia adorata!
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Finalmente posso notiziarti di un maraviglioso accadimento!
Il tuo figliuolo sta finalmente principiando la sua ascesa negli alti ranghi delle Reali Cucine, trascorsi ben oltre sette lustri da allorquando ivi pervenne poscia essere stato strappato dal tuo seno da indegna e traditrice mano inguantata nel mentre che sortia dalla seconda et di sua vita..

Oh Madre mia diletta!
Pria di di dirti qual' la cagione della mia immensa gioja debbo narrarti che il trascorso anno, allorquando festeggiavasi il tempo dell'Epifania di nostro Signor Gesu` Cristo, a Sua Altezza Reale furono omaggiati numerosi frutti di quegli alberi dell'Oriente che sono appellati cocchi e che nomansi noci di cocchi.
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Tali frutti furonmi affidati dal Capo di Cucina Giovanni Vialardi affinche` io ne traessi uso alimentare difforme da quello usuale, ovverosia il manducarne l'eburnea polpa che trovasi entro la noce, che  di gusto simile a quello della miglior avellana o il suggerne il liquido zuccarino che ristagna entro tale polpa e poscia plurime sperimentazioni pervenni alla definitiva ricetta.
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Essa richiede lunga e paziente fattura e rimembro ancora che fu sempre il giorno di venerd quello nel quale pervenni ai risultati necessari merc i quali potei presentare alfine la confettura e tale cosa accadde trascorso un anno da allorquando mi applicai alla sua elaborazione e qui  d'uopo consultare il taccuino per dirti che principiai le sperimentazioni il giorno 15 di gennaio, che il giorno 22 mi posi all'opra al fine di pervenire alla ricetta definitiva la quale richiese ch'io intervenissi nel corso di diversi momenti dell'anno fintantoch dappria ottenni un elixir molto vigoroso per cagione dell'alcole che contenea copiosamente e poscia la disiata e ottima confettura che il giorno 2 del mese di luglio sigillai definitivamente e che fu presentata a Sua Maest per il pranzo del giorno 7 di questo corrente.
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Oh Madre mia tanto cara!
Allorquando degust quale dessert questa confettura di cocchi fui notiziato da persona di fiducia che Egli principi dappria con un picciol cucchiajo, che poscia ne ingoll numerosi d'altri e talmente essa Gli piaccue che ne mangi una coppa che ne contenea quanto meno 20 onze e nel contempo bevette ben pi di 2 quartini di quell'elixir che trassi dalle medesime noci di cocchi e nel mentre che nutrivasi in cotal fatta profferi` piu` e piu` fiate con voce altisonante: "bunta`!, oh quale bunta`!".
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Oh Madre mia prediletta!
Allorquando il Sire fu satollo decreto` a voce spiegata che fosse condotto appo Lui il signor Casimiro Teja che era Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e di Cucina e gli comand che, quale guiderdone per avere reso giojoso il suo palato, il Capo di Cucina fosse nominato Capo Cuoco e Pasticciere e che colui il quale l'avea approntata per suo comando, cio` e` io, fosse posto alla sua diretta dipendenza coll'incarico di Mai^tre Pa^tissier et Confiseur Royal e poscia cadde in profondissimo sonno per nulla disturbato dal clangore e dallo spasmo che producea il singulto che nel frattempo l'avea aggredito, ignaro che nella medesima mattinata un manipolo di congiurati capitanati dal Conte di Cavour, Cellarengo e Isolabella complottava avverso Lui in una stanza dell'albergo d'Europa di Bernardo Trombetta che trovasi nella piazza detta del Castello.
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Di tal cosa venne notiziato il Gran Maestro della Real Casa, Conte Giuseppe Maria Gerbaix de Sonnaz il quale precipitossi alla presenza di Sua Maest, lo dest, comprese quale malanno Lo affliggea, convoc senza indugio alcuno il Medico della Real Persona Luigi Battaglia che reput necessario il portare seco l'Ajutante Giovanni Francesco Guilland e lo Speziale Giuseppe Masino e i tre si affaccendarono intorno a .
Lui fintanto che il Sire finalmente comprese quel che stava accadendo e tem che il Suo Trono potesse vacillare.
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Pur se malfermo, impacciato e con un eloquio talora rallentato e talaltra logorroico, Egli biascic, borbott, farfugli, tartagli e sbrait "qu'Il avait maintenant rempli ses testicules" con questi nobili e questi borghesi che voleano la costituzione nel mentre che il popolo se ne stava cheto e avea ben altre cose cui volgere il pensiero e che pertanto volea abdicare al pari del Fratello del Suo Predecessore e fece convocare l'Erede e gli impose che, essendo stato nominato Suo Successore, cessasse di praticare l'arte venatoria e di copulare con baldracche ma Egli rifiutossi dicendo al Padre Suo che volea perpetuare nei suoi diletti e che avrebbe atteso migliori occasioni.
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Al che, il Sovrano tentenn come era suo costume e sibbene ancora scosso da singulti, rutti e flatulenze disse "et bien,  la prochaine fois", accomiat il Figlio e nel contempo dispose che fosse convocato subitaneamente un Consiglio di Stato al fine di redigere e dare immediatamente alle stampe un Editto Reale da affiggersi nel meriggio dell'indomani nel quale aveano da essere enumerati gran parte dei Suoi trattamenti e predicati d'onore che avea per la grazia di Dio, si informasse che il prezzo del sale sarebbe stato ridotto per 5 mesi e che come erasi da sempre costumato, in modo generico e confuso si avvisassero i sudditi con almeno una dozzina di articoli arzigogolati che sarebbe stato concesso uno statuto e che in ogni caso le vigenti leggi doveano essere rigorosamente osservate.
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Ci detto, accuietossi e volse finalmente le nobili terga alla volta di Giuseppe Masino che Gli pratic con assai perizia un copioso serviziale medicamentoso.
A cagione di ci Sua Maest and purificandosi rattamente nel corpo e pi lentamente nella mente e datosi che nella medesima sera si sarebbe tenuto nel salone dell'Accademia Filarmonica un concerto in Suo onore, tentenn nuovamente essendo indeciso se recarvicisi o meno.
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Oh Madre mia beneamata!
Ora che ti ho narrato la cagione del maraviglioso accadimento, ti confesso che in quella fredda e nevosa serata stentai a assopirmi tanta era l'eccitazione che mi pervadea per essere stato elevato al rango di Mai^tre Pa^tissier et Confiseur Royal e datosi che tu mi chiedesti con la tua lettera del trascorso dicembre di renderti edotta, qualora io qualcosa sapessi, circa le vicende che si narrano intorno all'elefante Fritz non solo dicoti che ne sono ampiamente al corrente ma eziandio che ebbi la ventura di essere accanto alla bestia alcuni giorni pria che essa causasse l'infausto evento che accadde il mercoled del trascorso mese di novembre e che tanta risonanza ebbe in ogni dove del Regno.
Nella prossima lettera ti narrer quanto mi accadde di vedere allorquando mi recai in Stupinigi, appo la Reale Palazzina di Caccia ove dimora la bestia.
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Termino qui la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e saluto con la massima filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini al quale invier il consueto obolo per le sue opere benefiche e che da sei anni  il premuroso successore nell'officio che avea da lunga pezza il Curato Carlo Felice Tonso del Capitolo dell'insigne Collegiata di San Secondo di Asti, che sempre rimembro nelle mie preci, il quale leggeva a te le missive ch'io ti scriveva e scriveva in tua vece quelle ch'io leggeva.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno di luned 10 gennaio dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 2. 6 febbraio 1848.
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Oh Madre mia prediletta!
Lietissimo per le tue benedizioni, per la tua felicit per quanto accadutomi e per le congratulazioni del Parroco Antonio Maria Tellini, vado a narrare gli accadimenti che mi portarono a fare la conoscienza di quel quadrupede che chiamasi elefante Fritz.
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Tu devi sapere che avvenne in quel tempo che il signor Casimiro Teja che era Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e di Cucina comand al Capo di Cucina Giovanni Vialardi di recarsi in Stupinigi al fine di ivi accompagnare l'Ajutante Capo di Cucina Giovanni Trocello che avea avuto l'incarico di istruire per il meglio i nuovi guatteri che erano da poco tempo pervenuti a Corte e erano stati destinati a prestare la loro opera nelle Cucine della Reale Palazzina di Caccia.
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Era da tempo ch'io avea gran disio il vedere l'elefante Fritz che dimorava col unitamente a tante altre bestie, anche feroci, nella menageria e del quale faceasi gran parlare a Corte ove ebbi modo di ammirare con stupore il suo ritratto eseguito dappria dalla valentissima mano di Sofia Giordano e poscia da quella provetta di Enrico Gonin e a tal fine implorai reiteratamente il Capo di Cucina Giovanni Vialardi di portarmi seco e egli infine accondiscese a patto ch'io lo omaggiassi di una donazione che fosse almeno pari a quella del costo del trasporto di noi tre per l'andata e di noi due per il ritorno, ma era tanta la mia brama di veder la bestia che accettai di buon grado.
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Oh Madre mia adoratissima!
Tu devi sapere che a principiare dalla met del mese di ottobre vi fu gran daffare per tutti coloro che faceano parte degli Uffizii di Bocca e di Cucina per approntare grandiosi festeggiamenti inquantoch il mattino del giorno di sabato 16 alle ore 6 naccue la figliuola di Sua Maest il Re e di Sua Maest la Regina che venne nomata Maria Pia e ricevette all'imbrunire del medesimo giorno il Santissimo Sacramento del Battesimo, officiante il Monsignore Antonio Benedetto Antoniucci.
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E pertanto fu solamente il giorno 31 che potemmo recarci alla volta di Stupinigi essendo la domenica l'unico giorno nel quale l'omnibus del Servizio Generale dei Velociferi Audisio facea il celere trasporto di passeggeri dalla piazza detta del Castello alla Palazzina Reale per lire 2 cadauno e altrettante per il ritorno e inoltre questi erano gli ultimi due viaggi che veniano fatti per l'anno in corso e io che a quel tempo percepia 400 lire annue per i miei servigi dovetti elargirne ben 10 per il mio svago, ma ne valse ampiamente la pena e io non me ne dolsi affatto.
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Oh Madre mia tanto cara!
Pria che mi inoltri nella narrazione, ti confido con malcelato orgoglio che per i miei servigi percepir ben mille e cinquanta lire annue in virt del fatto che, come digi ti scrissi, sono stato elevato al rango di Matre Ptissier et Confiseur Royal e che pertanto potr donarti pi del doppio di quanto finora potei farti pervenire per il tuo decoroso sostentamento poscia che l'infame Filiberto Bodritti ti sedusse, mi allontan da te e poscia poco tempo dileguossi e tu dovesti farti lavandaja del Tanaro e che raddoppier eziandio la prebenda che elargisco per i suoi servigi al Parroco Antonio Maria Tellini al quale porgo il saluto con la consueta riconoscienza e filiale riverenza.
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Tornando a quanto voglio brevemente narrarti, inquantoch poscia ti ragguaglier in merito di persona, il Capo di Cucina, il suo Ajutante e me medesimo partimmo assai imbacuccati alle ore 8 del mattino e in breve tempo giungemmo a destinazione distando la quale dalla piazza detta del Castello 4 miglia e alcuni trabucchi di agevolissima percorrenza.
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Giunti che fummo, fui congedato dal Capo di Cucina che men seco il suo Ajutante e eglino andarono ove doveano andare ma pria mi comand di approntarmi per il ritorno che sarebbe principiato alle ore 5 pomeridiane inquantoch l'omnibus Audisio sarebbe partito alla volta di Palazzo Reale poscia mezza ora e pertanto rattamente mi recai alla menageria.
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Oh Madre mia diletta!
Quale visione m'apparve!
L'elefante era di enorme stazza, con un lunghissimo naso che chiamasi proboscide e senza il quale esso non pu mangiare e bere, simigliante a un grossissimo serpente e con due denti del pari lunghissimi che chiamansi zanne oltre a quelli della bocca e che da essa fuori usciano e piccioli occhi che mi guatavano e parea che volessero comunicarmi simpatia nei miei confronti.
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Ma non proseguo nella sua descrizione inquantoch tra breve tempo finalmente potr godere dell'usuale dispensa annuale di tre giornate consecutive dal lavoro e pertanto verr a trovarti e ti porter in dono una litografia impressa su foglio di carta che rappresenta la bestia.
Per te l'accuistai nella bottega dei fratelli Reycend che trovasi nella piazza detta del Castello e nel contempo ti dar moltissime informazioni sulla sua complessione e circa quanto dicesi al suo proposito sia a Corte e in Torino e sia da parte del popolino che da lungo tempo accorre a frotte per rimirare la docile bestia e di come si narra infra le tante cose che un bel d avvenne che oltre tre lustri or sono l'elefante Fritz volle fare dono d'uno dei suoi denti a Sua Maest.
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Oh Madre mia beneamata!
Nella tua infinita bont scusami se interrompo lo scritto, ma la notte  gi fonda e debbo proseguire nello studio del secondo degli 8 trattati del libro "Il Credenziere di Buon Gusto" di Cosmo Damiano Vincenzo Corrado al fine di poter svolgere al meglio le mansioni che mi saranno attribuite in qualit di Matre Ptissier et Confiseur Royal e questo non  il solo libro la lettura del quale m'avvince nel tempo in cui io non debbo prestare la mia opera nelle Regie Cucine.
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Infatti e` da lunga pezza che m'applico su qualsivoglia libro io riesca a rinvenire e tanta e` la mia brama del sapere che, come digia` ammannii al Regio Bibliotecario Michele Saverio Provana del Sabbione, al presente ammannisco al Regio Bibliotecario Domenico Casimiro Promis i piu` ghiotti bocconi per i suoi pasti al fine che mi sieno procurate per suo tramite acconce opere per lenire tale brama e eziandio trascuro Morfeo per questo studio matto e disperatissimo avendo disio di arrampicarmi vieppiu` sull'albero della conoscienza.
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Da ultimo, in merito al quisito postomi dal Parroco Antonio Maria Tellini s'io abbia notizie riguardo a quanto sta accadendo in Torino circa l'inquisizione di Sua Eccellenza Riverendissima Filippo Artico, Vescovo di Asti e Principe Prelato Domestico di Sua Santit Gregorio XVI, ecco quello di cui sono pervenuto a conoscienza:  tuttora in pieno svolgimento l'inchiesta del Regio Senato circa l'accusa di peccato nefando con un chierico a nome Giuseppe Risso rivolta contro Sua Eccellenza e nulla  ancora dato da sapersi al riguardo dell'esito della ispezione fatta in Baldichieri, ove dimora il fanciullo, dalla delegazione del Supremo Magistrato nel mese di giugno del trascorso anno.
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A Corte si fa un gran parlare di questo accadimento e dicesi che Sua Maest afferm di non credere che il Riverendissimo sia un "vieux pdophile salaud", ma pare che poscia mut idea per poi cangiarla nuovamente e che, per contra, Camillo Paolo Filippo Giulio Benso Conte di Cavour, Cellarengo e Isolabella sia di opposto parere e col suo giornale che chiamasi L'Opinione tiene sempre desta l'attenzione della cittadinanza narrando e rinarrando con morbosi particolari quel che avvenne, con la promessa di fornire nuove notizie circa l'invereconda questione e allorquando ve ne saranno mi far premura di comunicarle.
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Oh Madre carissima!
Pongo termine alla mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di tanti, tanti, tanti baci, saluto con filiale e profonda riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini e quanto pria invier una lettera con la quale proseguir la mia narrazione circa le vicende dell'elefante Fritz.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nella tarda notte di domenica 6 febbraio dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 3. 13 febbraio 1848.
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Oh Madre mia prediletta!
Anche qui il tempo  inclemente al pari che in Asti e pria la neve e poscia il gelo la fan da padroni a tal punto che con sommo dispiacere doveronsi rimandare i fastosi festeggiamenti odierni indetti per celebrare quell'Editto che Sua Maest promulg con astuzia cinque giorni or sono, senza alcun tentennamento.
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Come digi ti scrissi, ero pervenuto alla menageria ove incontrai e conobbi il custode di Fritz che facea di nome Casimiro Carena il quale mi men dall'elefante detto puranco pachiderma e mi edusse a lungo circa usi e consuetudini dell'animale che avea in affidamento e io l'ascoltai con somma attenzione.
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Ma vedutolo nel contempo crucciato e corrucciato in volto ne chiesi il motivo e egli mi disse che purtroppo il Capo Cuoco della menageria Casimiro Roddi era affetto quella mane da un acutissimo dolore ai lombi e che pertanto gli avea comandato di approntare in sua vece il cibo per Fritz secondo i consueti dettami che furono prescritti a suo tempo da Franco Andrea Bonelli che era il Direttore del Regio Museo di Zoologia della Universit di Torino e soggiunse che ahim per temea di non essere assolutamente in grado di sapere svolgere per il meglio la mansione affidatagli, non avendola giammai eseguita.
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Gli dissi allora ch'io era pervenuto in Stupinigi con Giovanni Vialardi e che al par suo io era cuoco nelle Regie Cucine e che mi dicesse senza indugio cosa dovea mangiare l'elefante, che avrei potuto approntare senza fallo la razione col suo ajuto e con quello di un valente guattero.
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Gratissimo, mi baci le mani e mi disse che la fama di Giovanni Vialardi era giunta fino a lui e che era lietissimo di avere fatto la mia conoscienza e che oltre al pane, alle verdure, al butirro, all'aqua, al vino, allo zuccaro e a altre cose che erano state digi approntate, era d'uopo il cucinare 16 libbre di riso vercellese da rendersi appetibile per la bestia.
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Giacch la giornata era molto fredda e io sapea, come egli mi avea detto, che l'elefante  un animale avvezzo a ben pi miti temperature chiesi al custode se eravi nelle dispense un cibo non di natura carnea che fosse ben pi calorico di quel che  il riso, notoriamente rinfrescante, e egli poscia avere effettuato una breve indagine mi disse che eranvi delle castagne garessine e della farina di nocciuole di recente macinatura.
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Al che disposi che fossero portati le castagne, il butirro, il vino e la farina di nocciuole nel locale ove cucinavasi quotidianamente il cibo per l'animale e che ivi si trovassero meco il custode e il guattero munito di un corto coltello acuminato e ben affilato.
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Datosi che la castagna a differenza del riso abbisogna di essere privata della buccia allorquando  stata allessata, per pareggiare il peso del cibo cosiccome era stata data disposizione, reputai essere necessario raddoppiare rispetto al peso del riso quello delle castagne da cocere e parimenti avvenne per il butirro che fu pari a 8 libbre e quello del vino che fu in ragione di 4 pinte e a ci aggiunsi 15 libbre di farina di nocciuole.
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Il guattero era un giovine dal guardo sbarazzino e intelligiente, che mi disse avere quattordici anni, essere d'origine elvetica e nomarsi Adolf Brenner.
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Cogitai che pur'io al par suo a principiare dalla seconda et di mia vita fui guattero appo le Regie Cucine e tale cosa mi intener profondamente e pertanto conversai con lui nel mentre che egli diligentemente eseguia i miei ordini.
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Infra le molteplici cose che mi narr, con giovanile irruenza mi disse anche che volea divenire cuoco di gran rinomanza al par mio e se non lui, che lo fosse il figlio e se non lo fosse il figlio, che lo fosse il nepote, la qual cosa mi intener vieppi poich mi rispecchiai in lui avendo avuto pur'io il disio di divenire cuoco di gran rinomanza e a tal fine diuturnamente e indefessamente opero per portarmi sempre pi innanzi nel mio lavoro e divenire abile al punto di poter scrivere un ricettario da darsi alle stampe.
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Pertanto quale segno di simpatia e di buon auspicio gli promisi che al mio ritorno alle Regie Cucine avrei scritto una missiva a lui destinata in cui erano descritte cinque ricette infra le tante di mia composizione di cui ben quattro avrebbero riguardato il frutto che egli stava con maestria incidendo e un'altra avente a oggetto un'inusuale confettura.
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Egli mi ringrazi con le lagrime agli occhi, tant'era la sua felicit e si applic con vieppi ardore nell'eseguire quanto io gli avea comandato e coadiuvato dal custode fin di incidere la buccia delle castagne per un breve tratto nella parte non convessa, le pose nella grossa cazzarola destinata al riso e le covr di aqua che venne portata a impetuoso bollore fintantoch i maravigliosi frutti divennero allessati.
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Poscia le castagne furono private della buccia, riposte nella cazzarola e schiacciate dal custode che le pist con gli ignudi piedi come si costuma per l'uva e nel mentre che lui agiva in cotal modo il guattero andava aggiungendo il butirro disciolto al picciol foco, la farina di nocciuole, il riso e vino pi del previsto e il tutto fu tramenato con gran piglio e poscia venne portato al bollore fintantoch, sempre tramenando, il riso non cosse assai e si ottenne in tale modo un denso e colloso intruglio.
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Avendo appreso pocanzi di come l'elefante era uso portare il suo cibo alla bocca, al fine di agevolarlo comandai a entrambi di comporre col miscuglio delle sfere di grandezza simile a quella in uso per il giuoco di boccie.
Ammannite che furono esse vennero affidate al custode affinch nutrisse personalmente l'elefante Fritz come da sempre avvenia e presenziai all'evento con al fianco il vispo guattero che talora vociava e saltellava, oltremodo eccitato per quanto vedea.
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Nel mentre che svolgea la sua mansione, Casimiro Carena narr che Fritz pervenne alla menageria quattro lustri or sono, che a quel tempo avea 27 anni, che era un dono del Vice Re di Egitto il quale in tale modo ricambiava un omaggio di 100 pecore che il nostro Sovrano gli avea fatto per il tramite del Diplomatico Bernardino Michelemaria Drovetti, che esse proveniano dagli allevamenti di Michele Giuseppe Francesco Antonio Benso, Marchese di Cavour, Cellarengo e Isolabella, nonch Barone dell'Impero e due fiate Sindaco di Torino, che l'elefante giunse per nave dalla terra d'Egitto a Genova, che da col impieg nove mesi per pervenire alla Reale Palazzina di Caccia, e altre cose che al presente non rimembro, forse anche perch l'ora  tarda.
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Oh Madre mia beneamata!
Sono certo che la tua infinita bont perdoner il tuo figliuolo che interrompe a tal punto narrazione degli eventi occorsigli.
Invoco il tuo perdono, ma la notte  digi fonda e io debbo riprendere lo studio del quarto trattato del libro "Il Credenziere di Buon Gusto" di Cosmo Damiano Vincenzo Corrado al fine di poter svolgere al meglio le mansioni che mi saranno attribuite quale Matre Ptissier et Confiseur Royal.
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Salutando con filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini, termino qui la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione e ricopro il volto tuo di baci.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nella notte di domenica 13 febbraio dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 4. 20 febbraio 1848.
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Oh Madre mia prediletta!
Sono felice di sapere che la signora Esterina Viarengo si stia riprendendo dai malanni di stagione e che tu, per contra, goda di ottima salute al pari del Parroco Antonio Maria Tellini che riverisco e ringrazio, permettendomi di accludere come di consueto questo mio modesto obolo per i servigi di lettura e di scrittura che con tanta dedizione fornisce alla nostra famiglia.
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Riprendo la narrazione di quanto ti dissi nella precedente lettera e che tanto ti piaccue e ti interess: si era giunti al fatto che l'elefante Fritz portava il cibo alla bocca ajutandosi col naso, che io avea disposto di approntare ci di cui la bestia era usa cibarsi, che tale cibo era stato foggiato in sfere che stavano agevolmente nel palmo della mano e che queste furono ammannite alla bestia dal suo premuroso custode.
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Merc l'uso della proboscide l'animale principi a ingollare lo sferico cibo precipitevolissimevolmente, a tal punto che entro poco tempo termin il suo ghiotto desinare e io presenziai di buon grado a tutto l'evento con al fianco il vispo guattero che non cessava di vociare e di saltellare, eccitato per quanto vedea, specie allorquando l'elefante deglutia, sempre con pi lentezza.
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Poscia d'un tratto accadde questo fatto inesplicabile al quale assistemmo sgomenti e costernati senza che noi si sapesse come si potesse agire in un qualche modo.
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Avvenne infatti che l'ingordo animale poco tempo appresso avere ingollato l'ultimo boccone, principi a dondolarsi su se medesimo, volse al cielo la proboscide, quasi a voler introdurre pi aere nel corpo che nel frattempo era scosso da violentissimi brividi che accartocciavano la spessa pelle e tale atteggiamento si protrasse per quasi mezza ora e poscia emise un fortissimo urlo che chiamasi barrito, croll sulle ginocchia delle zampe, lev nuovamente al cielo la proboscide e principi a eruttare con alito fetidissimo, poscia a emettere una tanto fragorosa quanto nauseabonda flatulenza, a rigurgitare senza ritegno alcuno e nel contempo a mingere copiosamente e infine gittossi nella vasca dell'aqua a lui dedicata e la bevve avidamente pria suggendola col naso e poscia schizzandola nelle aperte fauci e da buon ultimo defec emettendo moltissimo liquame talch un insopportabile lezzo si spandette ovunque per l'aere.
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Il custode inspir, smarr i sensi e si accasci a terra; il guattero si sbianc in volto, diede di stomaco e fugg a gambe levate; la bestia cess di scalciare e parve assopirsi.
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Io restai improvvisamente solo e la malasorte volle che non eravi alcuna persona nei dintorni alla quale potessi appellarmi e dimandare ausilio al fine di portare soccorso all'agonizzante pachiderma e anche al suo guardiano.
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Impotente a gestire questo inaspettato e doloroso accadimento venni assalito da una profondissima angoscia: improvvisamente sentii il cuore battere pi ratto del consueto, ebbi l'impressione di soffocare inquantoch il torace parea essere sottoposto a una grandissima compressione e poscia ebbi dei dolori al ventre e principiai a sudorare copiosamente e nel contempo il mio corpo fu attraversato da ondate di calore e le gambe mi tremarono e le mani tremule anche esse pareano essere percorse da millanta e millanta formiche.
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Gli occhi miei si empirono di lagrime e a tal punto li levai al cielo e invocai a gran voce l'Altissimo affinch mi coadiuvasse e mi desse consiglio sul da farsi e nel mentre io attendea un segno, e proprio in quel mentre, si diffuse per l'aere fetente il rintocco delle campane della Chiesa della Visitazione di Maria Vergine che annunziavano lo scoccare delle ore 5 e io ringraziai Domine Iddio per avere voluto in cotal modo darmi un cenno della Sua benevolenza rimembrandomi quanto io dovea necessariamente fare e, essendo certo che Lui avrebbe provveduto per il meglio, subitamente guarito nel corpo e nell'animo, mi affrettai laddove l'omnibus avrebbe ricondotto me medesimo e Giovanni Vialardi alla piazza detta del Castello.
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Partiti che fummo, durante il tempo del ritorno narrai un poco di quel che il guattero mi avea confidato circa gli accadimenti della sua breve esistenza e ci  allorquando l'elefante Fritz gli salv la vita alcuni mesi or sono: infatti nella menageria eranvi anche delle tigri e una di esse era fuggita dalla gabbia lasciata incautamente socchiusa e essa volea azzannare il guattero nel mentre che lui trovavasi nei pressi dell'elefante e allorquando la belva era in procinto di balzare su di lui, Fritz l'avea ghermita con la proboscide gittandola pi fiate al suolo poscia averla innalzata per l'aere la qual cosa fu cagione dell'immediata di lei defunzione per spappolamento del corpo.
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A cagione di tale fatto il guattero fece voto a Domine Iddio e a Fritz che avrebbe chiamato col suo nome il figlio che avrebbe avuto allorquando fosse tornato nella sua patria d'origine e che analogo nome avrebbe avuto il figlio del figlio e cos sarebbe stato in prosieguo fino alla fine dei giorni.
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Tornato che fui al Palazzo Reale subito assolsi alla mia promessa e vergai con mano sicura la missiva destinata al guattero Adolf Brenner e la feci consegnare per la spedizione pria delle ore 3 del pomeriggio del giorno successivo eppertanto nel mezzod del giorno di marted egli ricevette la lettera con la quale gli donai le mie ricette, ovverosia La Mousse di Castagne, La Soupe di Castagne in duplice versione, Le Polpette di Castagne e La confettura di Pomidoro Verde, auspicando che portassero fama e onore a lui e alla sua schiatta.
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Poscia trascorsero alcuni giorni senza che accadesse nulla di rimarchevole fintantoch vi fu gran subbuglio a Corte e il signor Carlo Agostino Molinari che  il Controllore degli Uffizii di Bocca e di Cucina ci notizi che nella Reale Palazzina di Caccia era accaduto un fatto talmente orribile e terribile da destare in ognuno enorme raccapriccio e in proposito disse che, come relazion a Sua Maest Luigi Corso che  il Luogotenente della Compagnia dei Dragoni Guardacaccia appo Stupinigi, avvenne che l'elefante Fritz poscia essere stato come di consueto nutrito l'ultimo giorno del mese di ottobre, giaccue per tre giorni privo di sensi entro la vasca dell'aqua che non era pi tale e nulla si riusc a sapere dal custode circa la cagione del suo malessere inquantoch anche egli per pari tempo giaccue nel suo giaciglio in catalessi per poscia riaversi giusto in tempo per poter portare nuovamente al pachiderma la consueta refezione.
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Ma come la bestia lo rivide, barr con gran clangore, avventossi contra di lui, lo accaff con la proboscide e lo maciull al pari di come fece tempo pria con la tigre fuggita dal serraglio e in tal modo il giovine e sventurato discepolo di Stefano Novarino termin atrocemente la sua zelante esistenza terrena il giorno 4 del mese di novembre del trascorso anno.
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La ferale notizia mi turb assai, avendo conosciuto il custode e avendogli disinteressatamente prestato ajuto ma poscia seppi che egli era uso maltrattare e percuotere il pachiderma e che per causa di tali fatti esso, che nulla dimentica, allorquando rivide l'odiatissimo aguzzino gli impart una brutale lezione; ma tutto scorre come un fiume e se tu, Madre mia, non me lo avessi fatto rimembrare io erami digi scordato del volto del custode ma non di quello dell'elefante Fritz che disio rivedere al pi presto.
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Oh Madre mia beneamata!
Sono tuttora felicissimo di essere stato ricompensato da Sua Maest per i servigi a Lui resi e attendo ansiosamente che sia ufficializzata la mia promozione a Matre Ptissier et Confiseur Royal e allorquando questa sar cosa certa e avr infra le mie mani l'agognato Regio Biglietto ti scriver subito, tenter di tenere a freno la mia gioja e ti narrer altri accadimenti della vita di Corte per quanto io giammai ceder al pettegolezzo che tanto sembra allietare Cortigiani e Cortigiane.
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Salutando con filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini, termino qui la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione e ricopro il volto tuo di baci.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della terza domenica del mese di febbraio dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 5. 27 febbraio 1848.
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Oh Madre mia amatissima!
Il Capo Cuoco e Pasticciere Giovanni Vialardi mi ha consegnato test il Regio Biglietto col quale comunicamisi che non sono pi guattero e che ora il mio nuovo e invidiatissimo rango  quello di Matre Ptissier et Confiseur Royal!
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Oh, quale immensa felicit alberga nel mio cuore, sibbene tale accadimento oltre a farmi grandissimo onore mi fa tremar le vene dei polsi tant' la responsabilit attribuitami per il mio futuro operare, ma ritengo senza alcuna superbia che ben oltre sette lustri di tenace, silente, puntiglioso e inventivo lavoro abbiano avuto quale corollario il principiare della mia ascesa nei pi alti ranghi delle Cucine della Real Casa similmente a quanto avvenne per Giovanni Vialardi il quale mi ha lasciato intendere che per quello che avvenne io debba ringraziare esclusivamente lui e che pertanto sia d'uopo ch'io mi dimostri generoso nei suoi confronti senza avere alcun temporeggiamento allorquando godr della nuova retribuzione spettantemi.
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Ma ora ti debbo render nota una cosa: come digi affermai nella precedente missiva io disiava assai di ritornare in Stupinigi per rivedere l'elefante Fritz e ivi ritornai, ma non potei vederlo inquantoch nottetempo di pochi giorno or sono fui destato di sovrassalto dal Capo Cuoco e Pasticciere di Real Casa Giovanni Vialardi il quale mi notizi che si dovea andare subitaneamente col al fine d'approntare una cena di poche ma succulente portate per Sua Altezza Reale e che vi sarebbe eziandio stata un'Ospite, e pertanto entrambi ci recammo con sveltezza alle Regie Dispense e nel mentre che egli faceasi consegnare dagli assonnati guatteri quanto avea da servirgli alla bisogna, per parte mia comandai ai medesimi che mi fossero procacciate le mercanzie che andai a enumerare, atte per realizzare la ricetta della Sublime Cottura d'Anitra Selvatica che io avea da poco tempo sperimentato e perfezionato.
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Fattasi sera, giunse Sua Altezza e ammirai il Suo virilissimo sembiante: Egli indossava una tenuta da cacciatore di squisita fattura, lucentissimi stivali, cappello piumato e portava seco un archibugio a 4 canne che confid avere sottratto con destrezza al Padre Suo e a Lui venni presentato da Giovanni Vialardi che Gli notizi che fu proprio il Padre Suo che mi avea da poco insignito dell'Ordine Reale di Matre Ptissier et Confiseur e nel mentre ch'io mi genuflettea al Suo cospetto Egli fecemi un affettuoso ganascino e mi conged con affabile sorriso.
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Poscia vidi l'Ospite: Ella era alta, ben pi di Sua Altezza, di sodo polpaccio e di prosperoso seno, forse callipigia, sicuramente un poco ponderosa, di volto volitivo, florido, rubizzo e paffuto e avendomi saputo nativo di Asti, garbatamente mi disse: "ciau, mi sun chila ch'a disu la Bela Rosin e me pare l' ad Moncalv".
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Oh Madre mia beneamata!
Se tu sapessi con quale immensa felicit rividi Sua Maest, e dicoti rividi inquantoch io digi lo conobbi quasi al terminare del terzo lustro del secolo quand'Egli avea da poco oltrepassato la meta` della prima eta` di Sua vita.
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In quel tempo io venni notiziato da Giovanni Vialardi allora Ajutante di Cucina che per la refezione mattutina e serotina del Pargolo era d'uopo l'approntare sia molte confetture e sia molti dolciumi inquantoche` Egli era estremamente ghiotto delle une e degli altri e ne trangugiava copiosamente entrambi.
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Come  sempre stato mio costume, rattamente obbedii e a tal fine trassi dalle Regie Dispense numerose varieta` di confetture che ammannii al Capo di Cucina di Real Casa Giuseppe Uglieri e egli ne fece assaggio di tutte e ne scelse alcune infra le quali eravene una che niuno avea ancora degustato inquantoche` essa era di mia recente fattura, non ancora presentata a Corte e per la quale io avea utilizzato il caco, un frutto giammai confettato pria nelle Regie Cucine.
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Oh Madre mia carissima!
Sai quale cosa accadde?
Con questo indovinello mi congedo da te inquantoch l'ora  molto tarda e domani mattina sar d'uopo l'alzarsi ancora pria del consueto per un'importante riunione di tutti coloro che fan parte degli Uffizii di Bocca e Cucina e dei camerieri, garzoni e uscieri di camera.
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Oh Madre mia prediletta!
Termino qui la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e saluto con la dovuta filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della domenica 27 febbraio dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 6. 12 marzo 1848.
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Oh Madre mia degna d'affetto!
Sono lieto che sia in buona salute, di sapere che il giudeo Lattes ha moderato di gran lunga la richiesta di aumento della pigione sovratutto grazie al risoluto intervento del Parroco Antonio Maria Tellini che saluto con gratitudine e filiale riverenza e che l'indovinello che ti feci solletic la tua curiosit al punto che quasi mi imponi di proseguire nella narrazione del racconto.
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Ordunque, come rimembrerai, una mia confettura fu presentata al Real Fantolino per la Sua refezione mattutina e serotina.
Accadde che il Real Frugoletto predilesse la mia preparazione a tal punto che neglesse tutte le altre poscia averne fatto assaggio e che nei giorni a venire si cib solamente della mia confettura e che piu` non volle dolciumi di sorta e che, trascorso qualche tempo, Egli cess di essere incontinente dinanzi e a retro, le sue feci rassodaronsi, principio` a parlare, pi non deambul carponi e il disparire di tali offese corporali che affliggevano la Reale complessione suscitarono maraviglia nei preclari medici che con grande affanno si affaccendavano intorno alla Creatura e erano in ambascie al pari del Principe e dalla Principessa circa il modo col quale evolveasi la crescita del Fanciullo e Alessandro Riberi che era Medico di Corte di gran vaglia affermo` che con molte probabilit il giovamento era stato apportato dall'avere mutato i suoi costumi alimentari avendo principiato a assumere la mia confettura di caco che risult essere medicamentosa assai e cio` procaccio` al Capo di Cucina un sostanzioso guiderdone e egli congratulossi meco pi e pi fiate per il mio operato.
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L'avere sanato quel corpicino mi procacci grande letizia e altrettanta ne ebbi allorquando, poscia oltre quattro lustri vidi dinanzi a me, con accanto a Lui la prosperosa e ponderosa natia di Moncalvo, Colui che era divenuto una virilissima Maest.
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Destino volle che portai meco dalle Regie Dispense anche la confettura di caco che io non avea mai cessato di preparare e che Giovanni Vialardi present sul desco al terminare della cena ponendola entro due vasselle d'oro di squisita fattura e fu allora che il regale volto, come ne degust un poco, da serioso come conviensi al Suo rango, divenne radioso e un sorriso di felicit sollev le punte dei mustacchi quasi fino ai giojosi occhi e non mut tale espressione per lunga pezza destando in noi e nella Fanciulla una malcelata preoccupazione fintantoch mormor pi fiate con voce roca, come se, postosi alla ricerca di memorie che Egli avea smarrito col trascorrere del tempo, all'improvviso le avesse ritrovate: "et tout d'un coup le souvenir m'est apparu! Ce got, c'tait celui de la confiture kaki que je mangeais le matin et la soire quand j'tais enfant!".
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Poscia si eresse in tutta la Sua statura e parendo essere pi alto dell'usuale trasse dalla saccoccia con gesto solenne numerose monete d'oro che consegn a Giovanni Vialardi e quanto a me, fecemi nuovamente un affettuoso ganascino e nel mentre ch'io mi genuflettea, mi guat in volto e fu allora ch'io perdetti il controllo di me medesimo per la felicit, da genuflesso andai in erezione lo guatai negli occhi e gridai: "oui, je suis Teofilo Barla, Mai^tre Pa^tissier et Confiseur Royal" e stesi la mano quasi a volerlo carezzare e Egli nella Sua infinita bont me la strinse talmente forte ch'io tornai genuflesso e poscia accomiatossi da noi menando seco l'archibugio e la Fanciulla mentr'io, con gli occhi velati di pianto per la commozione, volsi la mia persona verso Giovanni Vialardi e passai la mano intorno al suo viso dicendo: "qua Giuanin, che ho ancora calda la mano! Questa  una carezza del Re!".
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E rimasi l come trasognato, con gli occhi fissi sul desco ove trovavansi i residui della mia confettura di caco nel mentre che Giovanni Vialardi dicea che era invidiosissimo della mia persona inquantoch il valore delle monete d'oro nulla era in confronto a quello del duplice ganascino e della stretta di mano che io avea avuto in premio e che egli avrebbe volentieri scambiato quanto avevamo ricevuto ma che purtroppo per lui il dono fattomi da Sua Maest era di incommensurabile valore e in nessun modo trasmissibile e io pensai: "unicuique suum".
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Oh Madre mia prediletta!
Termino qui la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e saluto con la consueta filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della domenica 12 marzo dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 7. 29 marzo 1848.
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Oh Madre mia degna d'amore!
Sono assai dispiaciuto per quanto mi notiziasti al proposito delle vicissitudini dell'infelice Ester Ottolenghi che non trova requie al suo dolore per pene d'amore e spero le sia di conforto il sapere che rimembrer anche lei nelle mie preci serotine.
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Scrivoti nel giorno del mio genetliaco per ringraziare di cuore degli auguri e delle benedizioni che tu mi inviasti unitamente al Parroco Antonio Maria Tellini e per narrarti di importantissimi accadimenti avvenuti in questo mese e che saranno senza fallo rimembrati negli anni e forse puranco nei secoli a venire.
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Oh Madre mia cara!
Rimembri ancora quel tempo di tua vita in cui io era fanciullino e tu mi cantavi la filastrocca sulla nascita di Ges Bambino che principiava in tal fatta?
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"E la Mado-o-onna dei tre Re Ma-gi-ii
 sempre stata la pi bella (trullall)
noi preghiamo sempre quella
perch  piena di bont... et cetera".
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Oh Madre mia adorata!
Avvenne che il tuo figliuolo, colto da irrefrenabile entusiasmo patriottico, ne ha cangiato le parole a seguito di un evento che vado a narrarti e che tal cosa ha avuto grande e per me inatteso successo e la canzone  ora cantata e fischiettata a mo' di zufolo per le strade da uomini e donne di qualsivoglia censo e sonata e cantata a grande richiesta in tutti i caff concerto di Torino.
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E qual ne fu la cagione?
Avvenne che la mattina del trascorso gioved l'Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e Cucina venne nelle Regie Cucine e comand con stentorea voce che i Controllori degli Uffizii, gli Addetti alla Confettureria, alla Sommeglieria, alla Credenza, alla Cucina, alle Vassella e puranco gli Uscieri di Sala sortissero precipitevolissimevolmente nel rispetto di ordine e di grado per recarsi con passo marziale sotto la Loggia Reale e pertanto mi apprestai senza indugio alcuno a recarmi col congiuntamente ai due Teja, ai due Molinari, a Giaccone, a Aires, a Lamberti, a Fassone, a Gianninetti, a Vialardi, a Gromont, a Formento, a Massardo, a Trocello, a Cinsano, a Viecca, a Gonetto, a Gariglio, a Franchino, a Audisio, a Calcina, a Dragonero e buon ultimo a Melano.
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Sortimmo e giunsimo alla piazza detta del Castello al picciolo trotto al pari di quei piumati guerrieri che oltre due lustri or sono furono creati e forgiati dal Cavaliere Alessandro Ferrero della Marmora che ebbe le lodi e il beneplacito di Sua Maest allorquando Gli present la sua proposizione per la formazione di una compagnia di militi addestrati al tiro e alla corsa veloce.
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Entro brevissimo lasso di tempo il luogo rigurgit di folla che proruppe in grida di giubilo allorquando l'allampanata figura di Sua Maest si appales al loggiato sventolando una sciarpa tricolore e pronunzi un succinto discorso gravido di patriottico fervore del quale trascrivoti la parte finale siccome esso venne pubblicato il giorno del successivo sabato su di un giornale che nomasi Il Mondo Illustrato: "E, per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le nostre truppe, entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana".
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Nella mattinata del medesimo giorno una gran folla festante di cui io facea parte si riun sotto il balcone di Palazzo Reale dal quale si affacci Sua Maest congiuntamente ai Figli, ai Ministri e ai notabili e poscia, appropinquandosi il mezzod, fummo indirizzati alla volta del Duomo ove Sua Grazia l'Eccellenza Riverendissima Arcivescovo Marchese Luigi Fransoni, presenti le Altezze Reali e le massime Autorit dello Stato, del Corpo Municipale e dell'Universit, in pontificale principi a intonare il Te Deum laudamus.
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L'inno fu cantato a squarciagola da nobili e plebei accorsi col e rimbomb nel sacro edificio e chi non sapea le parole dell'inno apriva egualmente la bocca e emetteva suoni tentando di seguire il canto, causando indescrivibile frastorno e frastuono entro e fuori le mura di San Giovanni Battista, la qual cosa molto irrit l'Officiante che indarno redargu la folla con asperrimi motti, ma la sola cosa che ottenne fu di cangiare il liturgico canto pria in mugugno di breve durata e poscia in frizzi, lazzi, cachinni e pernacchie che furono emessi sguajatamente dalla plebaglia e non solo da essa al Suo indirizzo.
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La sera del giorno appresso Sua Maest e i suoi due Figliuoli si posero alla testa delle Regie Truppe per menarle alla volta di Alessandria nel mentre che noi tutti indugiammo nella piazza e poscia nelle finitime zone di Contrada di Po illuminate con gran dispendio di luci e in quei luoghi libammo a garganella copiose e gratuite quantit di vino sotto il benevolo occhio di Casimiro Teja che per l'occasione dismise le consuete vesti di Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e Cucina.
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Oh Madre mia diletta!
E poscia avere bevuto e ben danzato e danzato e ben bevuto mi sovvenni di quella filastrocca che tu mi cantavi da fanciullo pi e pi fiate fintanto che, stremato, il picciol dito in bocca, io mi addormia nella cuna, ne mutai le parole ma non la musica e cos principiai a cantare il seguente canto:
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"E la bandie-e-era dei tre colo-o-ori
 sempre stata la pi bella (trullall)
noi vogliamo sempre quella
noi vogliam la libert
noi vogliamo sempre quella
noi vogliam la libert
la li-ber-t, la li-be-rt!
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E tutti uni-i-iti in un sol fa-a-ato
stretti intorno alla ban-diera (trallall)
griderem mattina e sera
viva viva il tricolor
griderem mattina e sera
viva viva il tricolor
il tri-co-lor, il tri-co-lor!".
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E nel mentre che io cantava attorniato dagli appartenenti alle Regie Cucine, si appress una grande moltitudine di gente che mi spron a continuare a ripetere il canto accompagnandomi col battito delle mani fintanto che l'uno poscia l'altro gli astanti si fecero cantori e nel contempo aggregaronsi taluni Musici e Suonatori della Regia Cappella e Camera e ci  il virtuoso di bel canto Salvi, i tenori Marchetti e Gunzi, i bassi Carcano, Ponzio, Consul e Migliara, il Birolo col suo violino, il Maiotti con la sua tromba, il Pellistrandi col suo flauto e altri ancora che non ti menziono ma coi quali ben tosto si orchestr, si suon e si cant fino all'alba la mia composizione in versi nel mentre che nobili, borghesi e plebei in spensierata promiscuit e dimentichi del loro lignaggio, libavano, cantavano, intrecciavano danze e si rincorreano per ogni dove, schiamazzando e forse fornicando.
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Ebbri di spirito, anche patriottico, all'alba facemmo ritorno alle Regie Cucine, consci che i tempi stanno cambiando o stan per cambiare e con andazzo dissimile da quello con cui dipartimmo e essendo digi domenica, seppure assonnati ci affaccendammo per compiere quanto di nostra spettanza, non cessando per di cantare in coro l'inno da me composto, la qual cosa ci affratell e affievol di gran lunga il peso delle nostre incombenze.
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Oh Madre mia adorata!
Trascorse il luned e sai cosa accadde poscia?
Al pari di altre fiate con questo indovinello mi congedo da te, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci, saluto con riverenza filiale il Parroco Antonio Maria Tellini e facendoti carissimi auguri per il tuo genetliaco sono estremamente lieto che digi ti sia pervenuto il dono che affidai per celere consegna al vetturiere Giuseppe Guglielminetti e che mi dicesti che tanto ti piaccue.
Questo ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno di mercoled 29 marzo dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 8. 16 aprile 1848.
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Oh Madre mia amorevolissima!
Sono lieto che mi ribadisti che ti piaccue assai il dono che ti inviai per il tuo genetliaco ma esso  ben modesta cosa rispetto a quel che tu meriti per avermi dato alla luce e poscia con le tue sole forze accudito cos amorevolmente e cos in buona salute che io compio anni dopo anni nel mentre che tanti fanciulli che naccuero allorquando anche io naccui, digi defunsero a causa di morbi che i genitori non seppero o non poterono curare.
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Oh Madre mia degna d'affetto!
A proposito di fanciulli, sono ben lieto che l'opera caritatevole che il Riverendissimo Parroco della Chiesa di San Martino vuole intraprendere in favore dei trovatelli ha destato grande interesse nel Vescovo di Asti e l'interesse dei cittadini e per parte mia provveder a donare quanto mi  consentito al fine precipuo che il nome tuo e quello mio appaia infra quelli dei benefattori.
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E ora vado a narrare ci che accadde quel marted.
Avvenne che, allorquando cal la sera, Casimiro Teja comand a Giovanni Vialardi di condurmi in sua presenza inquantoch il Maestro di Cappella e Camera Giuseppe Riccardi avea disio di conoscere colui il quale avea principiato a cantare quel canto oramai detto della bandiera dei tre colori.
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Giunti che fummo, Casimiro Teja mi present al Maestro il quale ci notizi che a fare tempo da domenica notte in ogni dove in Torino venia cantato tale canto e che nel contempo erangli pervenute numerose e pressanti richieste da parte di orchestre e orchestrine per averne la partitura.
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A tal fine ci chiese di cantare in coro pi e pi fiate la canzone detta della bandiera dei tre colori dimodoch egli fosse posto in grado di trascriverne le parole e la musica sul pentagramma e quand'ebbe terminato il lavoro ci annunzi che avrebbe cassato il trullall e il trallall col precipuo fine di rendere pi simile a un inno la composizione.
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Oh Madre mia diletta!
Sai cosa accadde poscia?
Avvenne che Egli pose mano alla saccoccia da cui estrasse un sacchetto colmo di monete e ne cont una diecina: esse erano monete auree da 100 lire cadauna e le fece tintinnire.
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Poscia fece l'atto di porgermele e io chiesi licenza ai superiori di farle mie e Giovanni Vialardi disse che per parte sua reputava forse sarebbe stata per me cosa ben pi meritoria se fosse stata Sua Maest in Persona a darmi il guiderdone allorquando fosse tornato invitto duce al Castello Reale e a tale proposta Casimiro Teja e Giuseppe Riccardi convennero che se l'inno avesse avuto il successo che parea si prospettasse, non eravi dubbio alcuno che Sua Altezza Reale avrebbe benevolmente accondisceso a farmi tale incommensurabile onore.
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All'udir tali parole gli occhi mi si empirono di lagrime tanta era la felicit che mi assalse inquantoch nel medesimo giorno era pervenuta a Corte la notizia che il Re Soldato avea inalberata la bandiera tricolore con al centro il temuto Scudo dei Savoia, era pervenuto al Ticino ove, assorto nel nuovo destino, si stava soffermando sull'arida sponda approntandosi a varcare il fiume che scorre tra due rive straniere al fine di sbaragliare le truppe nemiche e annettere alla Corona il Regno Lombardo e Veneto, pervenire entro breve tempo alla conquista di Vienna e in tal modo soggiogare l'Impero d'Austria al Regno di Sardegna.
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E al Suo ritorno mi avrebbe concesso udienza, premiato con le auree monete e, s'io avessi avuto puranco l'ardire di chiedere, forse avrebbe cantato meco l'inno detto della bandiera dei tre colori, memore di tanta fortuna che esso avea portato a Lui e alle truppe del Regno.
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Oh Madre mia tanto cara!
Ora non mi resta che invocare la Gran Madre di Dio ponendomi in fiduciosa attesa dell'adventum Regis, salutare con la consueta filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini, por termine a questa mia e, attendendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e adagio il mio capo sul tuo grembo al fine che tu lo possa carezzare cosiccome accadea allorquando io mi addormia al sommesso canto della tua cantilena.
Questo ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno di domenica 16 aprile dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 9. 18 giugno 1848.
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Oh Madre mia dilettissima!
Come digi ti scrissi precedentemente, cost il tempo scorre senza affanno e io in virt del mio rango ho l'agio e il modo di sperimentare molte preparazioni alimentari congiuntamente a Giovanni Vialardi che talora  pi un amico che un Superiore.
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E noi ci si esercita col produrre giornata poscia giornata delle confetture, degli elixir, degli hors-d'uvre sia di grasso e sia di magro, delle zuppe, delle salse, delle guerniture, delle fritture sia di grasso e sia di magro, delle carni esterne e interne delle pi svariate specie di bestie di terra, di aqua, di aere, et cetera.
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Ogniqualvolta siamo certi che una qualsivoglia sperimentazione sia pervenuta alla perfezione, ci rechiamo in luogo appartato talch noi si sia lontano da occhi e orecchi indiscreti e egli mi porge un foglio di carta non ancora vergato e sommessamente detta la ricetta che io scrivo con calligrafia.
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Poscia si fa consegnare il foglio, lo piega con cura, lo pone in tasca e tutte le fiate afferma che allorquando saremo pervenuti a almeno millanta ricette noi daremo alle stampe un ricettario.
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E che esso potrebbe titolarsi "Manuale di Cucina Economica e Semplice a uso dei Borghesi" e mi ha fatto solenne promessa che i nostri cognomi rispetteranno l'alfabetico ordine datosi che in effetti finora, per come stanno andando le cose, io sono colui il quale ha elaborato il numero maggiore di preparazioni molte delle quali sicuramente innovative rispetto alle usuali.
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Oh adorata Madre mia!
Oh Riverendissimo Parroco!
Sappiate entrambi che  ben lungi da me il rischio di peccare di superbia e pur di orgoglio riguardo a quanto ho test affermato e per comprovare tale cosa vi narro a titolo di esempio di come pervenni all'elaborazione di un elixir che non solo a Corte ma anche nella citt e altrove sta riscotendo grande favore.
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Sappiate adunque che avvenne che il Diplomatico Bernardino Michelemaria Drovetti omaggi Casa Reale di doni insoliti e curiosi provenienti da vegetali di terre lontane e fece regalia di frutti, foglie e noci fino a allora ignoti e provenienti dall'Africa, dall'Oriente e dal Nuovo Mondo.
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Questi pervennero come d'uso alle Regie Cucine e infra eranvi frutti di piante che ci dissero essere nomate avvocado, licis, carambola, rambutan, sapodilla e foglie di piante che ci dissero essere nomate aloe, coca, salvia mazateca, amamelide e noci di piante che ci dissero essere nomate mongongo, acai, cola, betel, pecan, acagi, macadamia et cetera.
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Giovanni Vialardi reput che se noi si fossero sperimentate le possibili combinazioni di quegli ingredienti, forse poteasi con tutta quella mercanzia produrre un elixir di pronta beva, di facile fattura e di costo abbastanza esiguo inquantoch dotato di poco alcole e di molto zuccaro.
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Io ne convenni e a tale fine mi affid due giovini ajutanti guatteri in qualit di ausiliatori e assaggiatori di quanto avrei elaborato al fine di avere il loro giudizio di quale fosse il pi meritevole elixir secondo il loro gusto plebeo, rozzo e nel contempo virile.
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E in effetti i due ajutanti guatteri erano di aspetto che senza fallo potrebbe asserirsi essere primitivo, di poca igiene, di eloquio scarsamente comprensibile e assai gutturale probabilmente per causa del gozzo che prorompea dal collo taurino di entrambi, di lunghe e villose braccia ciondolanti e di cranio ovale coverto di radi capelli di colore giallognolo smorto e scolorito.
E mi astengo dal fare menzione dell'afrore che diffondeasi per l'aere in loro presenza e del fetido alito che esalavano!
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Oh Madre mia carissima!
Giunse test Giovanni Vialardi per annunziarmi che non ostante il giorno sia festivo, siamo stati convocati dall'Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e Cucina e che debbo approntarmi in tenuta da viaggio e con gli arnesi da cucina da me prediletti al fine di approntare il cibo per quella che Sua Maest esige che sia rimembrata come "la grande bouffe".
Termino obtorto collo questa missiva che affider a Domenico Gonetto per l'invio, con la prossima terminer il mio racconto e nel frattempo attendendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci, riverisco e deferentemente saluto il Parroco Antonio Maria Tellini.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della domenica 18 giugno dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 10. 25 giugno 1848.
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Oh Madre mia dilettissima!
Come digi ti scrissi nella precedente mia, ero stato comandato di approntare un elixir con insoliti e sconosciuti ingredienti e Giovanni Vialardi mi avea affidato due giovini ajutanti guatteri in qualit di ausiliatori e di assaggiatori.
Eglino nomavansi Ugo Maccagno e Gino Ferrero e debbo dire che non mi piaccuero punto, ma talora li rimembro con mestizia poich andarono incontro a un destino tanto funesto quanto inesplicabile poscia poco tempo che li conobbi.
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E perch furono i prescielti?
Perch a giudizio di Giovanni Vialardi era d'uopo che questo elixir dovea piacere non solo ai nobili ma sovratutto ai ben pi numerosi plebei e alla borghesia gretta, piccina e bottegaja di questo e di altri Regni e che costoro ne avrebbero consumato a josa con qualsivoglia cibo qualora la bevanda soddisfaciesse al loro infimo gusto e purch fosse fatto loro credere che il suo accuisto avrebbe apportato sempre pi felicit e divertimento.
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E soggiunse che propagandando a tal fine senza requie la bont dell'elixir per ogni dove, sia coloro i quali lo aveano inventato e sia le Regie Cucine che l'avrebbero prodotto avrebbero tratto immenso lucro con picciola spesa.
E mi ingiunse in qualit di mio Superiore che era d'uopo che io non effettuassi alcuna degustazione al fine di non influenzare l'opinione dei due ausiliatori che al termine del loro piacevole lavoro avrebbero avuto il titolo di guatteri assaggiatori.
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Elaborai pertanto numerosi elixir che non libai ma che resero estremamente giocondi e docili gli assaggiatori e entrambi sotto giuramento decretarono che la miglior bevanda era la settima di quasi una centinaja, ovverosia quella per ottener la quale misi a macerazione noci di cola e foglie di coca.
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Alcuni giorni appresso congedai gli assaggiatori e donai loro quanto meno quaranta pinte delle preparazioni di elixir che io avea eseguite e poscia alcuni giorni ancora Casimiro Teja che  Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e Cucina conferm a noi tutti la notizia che digi correa di bocca in bocca e che grande raccapriccio avea procurato per ogni dove nei lavoranti di Palazzo Reale e vi furono molti che parlarono con apparente contezza che il demonio era penetrato per qualche orifizio nel corpo di due guatteri assaggiatori tanto improvvisamente eglino divennero sconvolti, stralunati, attoniti e in preda a delirio.
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E infatti avvenne che il giorno precedente, per cause non ancora conosciute e misteriose se non addirittura sovrannaturali, Gino Ferrero principi a urlare a squarciagola di avere avuto visioni Mariane e disse a qualsivoglia persona egli incontrasse nel suo frenetico deambulare che la Beata Vergine era apparsagli in tutto il Suo fulgore e gli avea comandato di monacarsi senza indugio alcuno, ma datosi che l'ajutante guattero sbraitava che volea divenire Clarissa di Carignano, a seguito djagnosi del medico della Real Casa venne imbrigliato con quello stromento che chiamasi camicia di forza e tosto ospitato nella Piccola Casa della Divina Provvidenza sita in borgo Dora. Nell'istesso giorno, fattasi notte, Ugo Maccagno precipit se medesimo dalle finestre del dormitorio delle Regie Cucine e agli appropinquatisi a lui al fine di dissuaderlo dall'insano gesto il derelitto asser che non eravi nulla da temere inquantoch egli era in grado di volare al pari di pipistrello ma ahim, in luogo di librarsi per l'aere e ascendere, poscia pochi istanti egli giaccue al suolo orribilmente sfracellato al pari di un novello Icaro.
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Oh Madre mia tanto cara!
Debbo confessare che mi dispiaccue un poco per quello che accadde ai due ajutanti guatteri non ostante eglino fossero di gran lunga rozzi, brutti e puteolenti inquantoch trascorsi molto tempo con loro nella preparazione degli elixir e affermo che erano volonterosi e di buon comando in ispecie allorquando da ausiliatori divennero assaggiatori.
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Ma vengo a notiziare cose ben pi importanti: finalmente sono in possesso delle dugento immaginette della Sacra Sindone che il Riverendissimo Parroco Antonio Maria Tellini mi richiese e che invio con plico a parte e nella prossima missiva narrer di allorquando sei anni addietro assistetti all'Ostensione del Sacro Lino che indarno tent di riprodurre meccanicamente il signor Enrico Federico Jest e appo il quale intendo farmi ritrarre con quel metodo che chiamasi dagherrotipia.
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Oh Madre mia carissima!
Termino qui la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione e ricopro il volto tuo di baci.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della domenica 25 giugno dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 11. 9 luglio 1848.
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Oh Madre mia dilettissima!
Saluto te e il Riverendissimo Parroco Antonio Maria Tellini e sono lieto che le immagini della Sacra Sindone che inviai siano pervenute e sono altres lieto che entrambi bramate sapere quel che vidi allorquando Essa venne ostesa, se ben rimembro, per tutto il giorno 4 del mese di maggio dell'anno del Signore 1842 allorquando furono indetti grandiosi festeggiamenti per gli sponsali infra quella Sua Maest Reale la quale venne rigenerata nel corpo e forse nella mente dalla mia confettura di caco e la Principessa Adelaide Francesca Maria Ranieri Elisabetta Clotilde di Asburgo e di Lorena, Arciduchessa d'Austria.
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L'Ostensione avvenne nella mattina di quel giorno dai balconi della Casaforte degli Acaja, detta anche Palazzo Madama ove il Sacro Lino venne portato entro la sua sigillatissima urna, che fungea da preservativo, poscia una solennissima processione che era partecipata da rintocchi di campane e salve di cannone in perfetto connubbio infra il sacro e il profano.
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Mi fu notiziato che all'interno del Palazzo era stato approntato un altare sul quale venne posta l'urna, e allorquando essa ivi giaccue, gli uomini di Chiesa infransero i sigilli che la serravano e da essa l'Arcivescovo Metropolita Luigi Giovanni Battista Maria Alessandro Fransoni, nomato anche Gigi Fransoni, estrasse la Sacra Sindone e tutta la Reale Famiglia sia dello Sposo, sia della Sposa si genuflett per adorare e baciare la Santissima Reliquia che portava impressa su di Essa i segni del sangue, del sudore e delle lagrime di nostro Signore Ges Cristo allorquando venne avviluppato nel sudario da Giuseppe di Arimatea e da Nicodemo e ivi percol per tre giorni.
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Poscia il Sacro Lino venne mostrato alla venerante folla dal balcone che guata verso Dora Grossa e la folla and in delirio, poscia venne esposto dalla loggia che guata verso quella che fu la dimora dei Principi di Carignano e la venerante folla ivi accorsa and in delirio, poscia ancora fu sciorinato dalla loggia che s'affaccia verso la via Po e anche col la venerante folla and in delirio e infine fu sbandierato da una loggia in legno costrutta appositamente in corrispondenza delle Segreterie di Stato e via della Zecca e pur in quel luogo la folla vener, idolatr, ador ossequi e river all'indirizzo dello svolazzante Lenzuolo.
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E allorquando furono le ore quattro e mezza del pomeriggio e la quadruplice esposizione fu ripetuta in modo analogo, la folla dei credenti cadde nuovamente in delirio ancora una fiata ebbra dal poter ammirare dal vivo le traccie lasciate dal Morto e infine, poscia un'altra solenne processione, la Sacra Sindone venne riportata nella Cappella detta di Camillo Guarino Guarini entro la teca alla quale nuovamente furono apposti i sigilli Reali.
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Oh Madre mia benedetta!
Oh Riverendissimo Parroco Antonio Maria Tellini!
Pensate con quale indescrivibile commozione intravvidi, stante la distanza, per tutta una giornata l'impronta che il martoriato Corpo di .
Nostro Signore Cristo, ovverosia l'Unto, impresse nel sudario che fu il suo bozzolo allorquando discese agli inferi e poscia, quale farfalla, il terzo giorno risuscit da morte, sgusci dalla sindone, fece ruzzolare il macigno che indarno tarpava la sua sepoltura, terrorizz i guardiani del sepolcro, asciese al Regno dei Cieli e si assise a destra di Se Medesimo e del Padre e del Santo Spirito inquantoch Egli  sia .
Uno ma anche Trino ovverosia  consustanziale al Padre, a Se Medesimo allorquando  il Figlio e allo Spirito Santo allorquando Egli  tale e eziandio Padre e Se Medesimo: mistero della fede!
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Oh Riverendissimo Parroco!
Mi corregga se erro ma sonvi, infra i tanti altri, due misteri della fede in cui fermamente credo e li espongo inquantoch desidero che Ella possa donarmi i suoi lumi qualora ritenesse ch'io possa confondere con la superstizione quello che in realt  il dono celeste dell'accettazione supina di una invisibile realt.
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Come Ella ben sapr, uno di questi misteri della fede  quello che ci rende edotti circa la dormizione della Madre del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ovverosia di Maria di Nazareth che allorquando naccue non ebbe l'onta del peccato originale e pertanto essendo Immacolata non mor ma si addorm e a tal proposito talora mi sovvengo di quella che io credea essere solo una fola ci  quella che titolasi "La Bella dormiente nel bosco" e che  uno dei "Racconti di Mamma l'Oca" che la Madre mia mi raccontava allorquando io era fanciullo.
Un secondo mistero della fede fa menzione dell'assunzione nei Cieli, al pari del Figlio, della settuagenaria Beata Vergine Maria totalmente integra inquantoch solo dormiente e pertanto col corpo non solo non corrotto dalla morte ma neppur spulcellato dal carpentiere nazareno.
Giuseppe, Suo castissimo sposo.
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Oh Riverendissimo Parroco!
Pongo a Lei tali quisiti inquantoch talora parlo di codeste cose mirabili con coloro i quali lavorano meco appo le Regie Cucine e molti di eglino sono usi beffeggiarmi e dileggiarmi senza alcun ritegno e senza avere la contezza di commettere sicuramente peccato mortale, ma che posso io dire loro all'infuori che quello che vado narrando sono misteri della fede in cui fermamente credo e che la fede  il dono pi prezioso del Santo Spirito?
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Ma torno a parlare di cose terrene anche se riguardano cose afferenti il Regno dei Cieli e che stimo sicuramente desteranno l'interesse del Riverendissimo che bram avere per mio tramite molte immaginette del Sacro Lino.
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Allorquando nella mattinata di quel giorno si attendea che Esso venisse sciorinato dalla loggia che s'affaccia verso la via Po, nella calca di fedeli eravi accanto a me un borghese che armeggiava con uno stranissimo marchingegno che puntava alla volta del portico e io gli chiesi cosa fosse e egli con un leggiero inchino mi porse il biglietto da visita dicendomi che chiamavasi Enrico Federico Jest, che era Macchinista della Regia Universit e che intendea catturare l'immagine della Sacra Sindone con quella macchina e con l'ajuto del figlio Carlo.
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Accortosi del mio stupore mi disse che avea digi fatto tale cosa con molti soggetti, in specie umani e che la prima immagine che avea realizzato era quella della Chiesa della Gran Madre di Dio or sono quasi due lustri e fu allora che compresi che altri non era che colui che ritrasse le Altezze Reali, moltissimi Nobili, agiati borghesi e puranco Giovanni Vialardi che mi avea mostrato un astuccio di velluto di squisita fattura entro cui eravi ritratto il suo volto e quello della consorte che pareano essere stati dipinti dalla mano abilissima di un valentissimo pittore tanto essi erano simiglianti al vero e fu allora che decisi che pur'io mi sarei fatto ritrarre in cotal modo, non solo in volto ma con postura eretta.
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D'improvviso un brusio di preci pervase il luogo allorquando il Lenzuolo apparve, ma in quel mentre il cielo rannuvolossi, principi a spirare un forte vento, lo scalpiccio della folla che correa a destra e manca sollev molta polvere dal suolo, il Sacro Lino fu a stento trattenuto e turbin al pari di una banderuola e il Regio Macchinista proruppe in un'immonda bestemia e allora decisi che sarebbe trascorso molto tempo pria di recarmi da lui.
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Coloro i quali lo attorniavano e aveano udito, principiarono a percuoterlo e a calciare il macchinario fino a renderlo ciarpame e il bestemiatore ne sort assai malconcio e non pot carpire l'immagine del Sacro Lino che a tutt'oggi viene rappresentato con svariate tecniche che riproducono perfettamente l'impronta che Nostro Signore impresse allorquando, come insegna Santo Tommaso d'Aquino, Ges il Circonciso asciese nel Regno dei Cieli integro al pari della Madre Sua eccezion fatta per il Santo Prepuzio che  conservato e venerato in Calcata.
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Oh Madre mia carissima!
Questo  quel che rimembro del giorno nel quale vidi svolazzare la Sacra Sindone e a malincuore termino qui la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e saluto con filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini al quale indirizzo le lettere che invio con tanta frequenza e l'obolo per le sue meritorie opere benefiche per i fanciulli.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della domenica 9 luglio dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 12. 18 agosto 1848.
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Oh Madre mia dilettissima!
Quel ch'io da qualche tempo temea ma non osavo confidare a chicchessia forse si sta tragicamente avverando.
Come rimembrerai, molte lettere or sono ti scrissi, parmi essere stato il giorno del mio genetliaco, che il Maestro di Cappella e Camera Giuseppe Riccardi volea premiarmi in quanto io era stato colui il quale avea parolato e cantato il canto detto della bandiera dei tre colori che tanto piaccue ai patriotti italiani.
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A tal fine volea ricompensarmi con una diecina di monete auree da 100 lire e nel mentre che me le porgea io chiesi licenza di farle mie ai Superiori che mi aveano menato da lui ma eglino nel reputare ch'io dovessi essere vieppi premiato decisero che si sarebbe fatta istanza a Sua Maest allo scopo che Egli mi facesse il grande onore di consegnarmi personalmente il guiderdone allorquando sarebbe ritornato invitto al Castello Reale.
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Ora per Sua Maest ha proclamato dal Suo Quartiere Generale che trovasi in un luogo che chiamasi Bozzolo, che ha consacrato la Sua vita e quella dei Figli nella difesa della della Santa Causa e poscia due settimane in un luogo che chiamasi Vigevano esorta i popoli del Regno a confidare ancora tranquillamente nella Sua Persona che trovasi nella necessit strategica di concordare una tregua di sei settimane col nemico.
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Poscia Egli torner nuovamente pugnare o far ritorno a Torino da cui nuovamente si dipartir per discendere ordinatamente e con piena speranza quelle valli che erano state gi percorse con orgogliosa sicurezza.
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Oh Madre mia amatissima!
Sappi che a tal punto non solo io ma anche i miei Superiori e i Dignitari di Corte non abbiamo affatto compreso se la vittoria ci arrise oppuranco se, stanchi di umiliare il nemico, cessammo magnanimamente di perseguirla o infine se si decise addirittura astutamente di allearcisivi, vista la mala parata.
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Ma io temo che al ritorno a Palazzo Reale, Sua Maest abbia ben altre incombenze che quella di consegnare a un devoto suddito e patriotta un seppur meritato guiderdone.
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Avendo tale timore ho fatto preghiera a Giovanni Vialardi che si faccia parte diligente nei confronti di Casimiro Teja affinch rimembri a Giuseppe Ricciardi che in tali frangenti potrebbe essere lui a consegnarmi il guiderdone promessomi.
Al che il mio Superiore si  mostrato restio nel dover rendersi ambasciatore inquantoch a suo dire io debbo essere paziente e seguire l'evolversi degli accadimenti pria di porre in atto delle decisioni azzardate, alla qual cosa io non potetti controbattere avendo fatto mio proprio il motto "patientiam forti et virtute" che il Riverendissimo Parroco Antonio Maria Tellini sapr bene esplicarti e che mi ha portato tempo per tempo a divenire Mai^tre Pa^tissier et Confiseur Royal e pertanto qualora di necessit io dovessi attendere anche molti mesi, io attender.
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Ma ora veniamo a considerare quanto mi annunziasti circa la visita che nuovamente ti fece e i desiderata che nuovamente ti espresse la signora Adelina Bonino vedova Bona che principi a parlare teco dietro consiglio del nostro Parroco che qui saluto con filiale riverenza.
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Oh Madre mia prediletta!
Ringrazio te e il Riverendissimo Parroco per avere pensato che io viva da troppo tempo solingo nel mentre che altri hanno una consorte e con essa hanno figliato pi fiate come gi ti dissi al riguardo di molti lavoranti nelle Regie Cucine infra i quali il mio Superiore Giovanni Vialardi non ha eguali.
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Pensate voi che egli ebbe i seguenti figliuoli e figliuole: il giorno 6 novembre 1831 Bernardo, il giorno 31 ottobre 1832 Anna Maria, il giorno 22 febbraio 1834 Gaspare, il giorno 9 settembre 1835 Maria Maddalena, il giorno 22 luglio 1837 Casimiro e il giorno 27 gennaio 1840 
Maria Anna.
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Oh Madre mia beneamata!
A tal punto presumo che tu sarai curiosa di sapere, forse al pari del Riverendissimo Parroco, del perch io conosco cos bene i loro nomi e le date in cui eglino videro la luce.
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Ma poich eglino furono miei figliocci e figlioccie inquantoch Giovanni Vialardi e la consorte Giacinta vollero farmi il grande onore di nomarmi padrino affinch io potessi in tal fatta poter contribuire orgogliosamente al loro sostentamento fintanto che eglino pervengano alla maggiore et compita.
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E pensate altres che proprio in questi giorni egli mi ha detto che per il prossimo mese di marzo si prevede un'altra nascita: Napoleone se maschio, Maria Luisa se femmina!
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Oh Madre mia adoratissima!
Non devi avere tema che io, non essendo ammogljato al pari del Riverendissimo Parroco, mi accompagni con meretrici o che con perfidia illuda e seduca servette, sartine e lavandaje e poscia mi dilegui al pari di quel mascalzone che conobbimo entrambi e che, peccando venialmente, rimembro con inestinguibile astio.
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Oh Madre mia adorata!
Oh Riverendissimo Parroco!
Scelsi volontariamente e senza costrizione alcuna questa mia condizione e essere illibato e vivere in castit non mi  di alcuna pena e allorquando "natura premit" non profano il corpo ma mi distolgo dai pensieri impuri nutrendo la mente e mi applico fino allo stremo nei miei studi matti e disperatissimi e  ben lungi da me il provare quella brama di andar contro natura che veggo albergare nello sguardo lubrico di svariati guatteri di cucina, di molti garzoni di camera e non solamente di costoro.
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Pertanto fate anche voi preghiera alla vedova Bona di non inviarmi pi missive, alle quali da lunga pezza non rispondo, che oltre a essere molto sgrammaticate e zeppe di errori, divengono vieppi sconciamente audaci col manifesto intento di recarmi un turbamento e farmi desistere dai miei sani propositi e quindi lasciate ch'io viva in letizia e castit e se mi  permesso questo giuoco di parole, dite alla "vedova" che non avr il mio collo!
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Oh Madre mia adoratissima!
Da ultimo, a proposito del ruolo di plurimo padrino che ricopro come pocanzi cennai, ti ripropongo il quisito che digi ti feci molte altre fiate e tu dicesti che tra breve tempo sarebbe giunto il giorno in cui ne avrei avuto conoscienza.
Chi fu il mio padrino e quale  il suo nome e perch non lo conobbi e perch egli non si prese o non pot prendersi cura di me e di noi allorquando il Padre mio per?
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Oh Madre mia carissima!
Nell'attesa che tu mi porti a conoscienza di cotale cosa che mi assilla, allorquando riterrai opportuno il farlo ovverosia lo svelarmi chi fu colui il quale si fece mio mallevadore al fine che io, per il suo tramite, possa giungere mondato dal peccato originale poscia questa vita all'eterna felicit che Nostro Signore Ges Cristo promise all'uomo e anche alla donna, termino la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e saluto con filiale riverenza il benemerito Parroco Antonio Maria Tellini.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della domenica 20 agosto dell'anno del Signore 1848.
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Lettera numero 13. 29 marzo 1849.
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Oh Madre, oh Madre mia!
Rimembrerai sicuramente del guiderdone che mi fu promesso dal Maestro di Cappella e Camera Giuseppe Riccardi, cui segu la bella idea che fosse Sua Maest a consegnarmelo, del fatto che Egli fu in ben altre faccende affaccendato, che Giovanni Vialardi mi consigli di temporeggiare e io temporeggiai per mesi e mesi fintanto che tre giorni or sono cosa avvenne?
Avvenne che il Luogotenente Generale di Sua Maest proclam che il Rege, poscia avere incontrato intrepido le palle nemiche, visto il rovescio delle nostre armi, et cetera, et cetera, prefer coronare la Sua vita con un nuovo sagrificio e nel giorno 23 marzo ha abdicato la sua corona senza tentennamento alcuno.
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Ajuto, aita, ajuto, aita, principiai a gridare entro me medesimo!
Precipitevolissimevolmente chiesi udienza al Maestro e egli me la concesse e io gli rimembrai quanto accadde infra noi e egli con estrema gentilezza mi disse che essendo mutate le Loro Maest l'unica cosa che potea fare era lo scrivere una missiva che io avrei consegnato al nuovo Rege con la quale egli narrava i fatti accaduti e asseriva che erasi rimasto inteso che il Padre Suo mi avrebbe ricompensato generosamente per quanto feci per la Patria col canto della bandiera dei tre colori che tanto ardimento infuse ai popoli del Regno.
E la scrisse e me la diede e mi disse di attendere una propizia occasione per porgerla al Sovrano e mi augur buona fortuna.
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Oh Madre dilettissima!
Sono dolente che non ti sia ancora pervenuto il dono che inviai per il tuo genetliaco, ma stai pur certa che a breve busser alla tua porta un garzone del signor Domenico Musso della Stazione delle Poste di Asti che ti consegner quanto accuistai per te con tanto amore e dispendio.
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Per parte mia ricevetti da Giovanni Vialardi un inaspettato dono in questo giorno del mio genetliaco e ti narro quale fu.
Allorquando gli dissi della lettera che il Maestro di Cappella e Camera avea scritto al mio riguardo a Sua Maest e che mi avea consegnato affinch Gliela mostrassi per ottenere alfine quanto erami stato promesso, confessai che io era in grande ambascia e travaglio inquantoch non sapea proprio come poter giungere alla presenza del Sovrano e egli mi guat, mi sorrise e mi disse di non avere pi alcun timore.
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Egli a tal fine avrebbe creato la buona occasione, meglio se lungi dalla rigida etichetta di Corte, per esempio allorquando Sua Maest si sarebbe alimentato poscia uno dei sui svaghi con cui era uso trastullarsi: al termine di una battuta di caccia.
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Mi disse che dovea digi porsi all'opera e che a tal fine sarebbe stata cosa astuta l'ingraziarsi la benevolenza dell'Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e Cucina omaggiandolo di una cosa di valore, che a tale incombenza avrebbe provveduto lui medesimo e che pertanto avrei dovuto consegnargli entro breve tempo una somma di denaro che fosse almeno la decima parte di quello che avrei intascato e che era ben poca cosa per giungere laddove io non sarei giammai arrivato, e io ne convenni.
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Oh Madre mia carissima!
Oh riverendissimo Parroco!
Forse voi ancora non sapete ma il nuovo Rege  Colui che, come digi vi narrai, allorquando era Real Fantolino predilesse una mia confettura di caco che venne presentata per la Sua refezione mattutina e serotina e essa risult assai medicamentosa per quel corpicino nanerottolo, provato da tante tribolazioni.
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E che il nuovo Rege  Colui che, fattosi uomo, rividi una sera nella Reale Palazzina di Caccia di Stupinigi e che per ben due fiate fecemi un benevolente e serrato ganascino e spero tanto di riceverne un terzo allorquando Egli legger la missiva del Maestro di Cappella e Camera Giuseppe Riccardi e provveder a consegnarmi l'ambito guiderdone.
Una notizia per il Riverendissimo Parroco: esattamente un anno or sono scrissi che ebbi l'onore di essere per qualche tempo al servizio di .
Sua Eccellenza Filippo Artico Vescovo di Asti, ospite di Sua Maest in Racconigi: ora Egli non  pi tale inquantoch si  rifugiato precipitevolissimevolmente nel suo castello di Camerano a cagione di infondate accuse di alcuni guatteri avverso alla Sua Persona e Egli congedandosi da me mi carezz il capo e mi disse che "mundus transit et concupiscientia eius".
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Oh Madre adorata!
Col cuore colmo di speranza, ti auguro ogni felicit per il tuo genetliaco, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e saluto con filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini.
Questo ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nella tarda sera di gioved 29 marzo dell'anno del Signore 1849.
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Lettera numero 14. 8 dicembre 1850.
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Oh Madre mia tanto cara!
Sono lietissimo che tu abbia superato la brutta infreddagione di testa e di petto che ti rese inferma e che i miei consigli ti furono di molta utilit: anche io allorquando sono colto da tale malanno mi curo con senapismi e nel contempo invoco Santa Godeleva per l'affezione che prende la gola e San Bernardino da Siena per quella ai polmoni e sono del pari felice per siansi accomodate le divergenze con Gino Masoero a proposito dei surmolotti e a tal proposito ringrazio il Riverendissimo Parroco Antonio Maria Tellini che si  preso a cuore la quistione.
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E ora vengo a narrarti di quel che ti accennai nella precedente missiva: tempo addietro ti dissi dell'infausto incontro che ebbi due lustri or sono col guattero Firmino Pezziol, di come quel furfante mi derub della mia ricetta dell'Elixir d'Ovo di Gallina e anche di come il Capo di Cucina Domenico Gromont, il suo ajuto Giovanni Vialardi, io e il mio ajuto, l'infame Firmino, decidemmo congiuntamente di appellare "Ov" il mio Elixir e di come un simile nome a questo venne fatto oggetto di Imperiale Brevetto di Commercio dall'astuto Gianbattista Pezziol che era il padre di Firmino e bottegajo liquorista in Padova.
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Ebbene, quasi a ricompensa della cocentissima delusione che provai allora, avvenne che due anni appresso mentre io andava a zonzo vidi un giovinetto che si aggirava con aria sperduta sotto i porticati di Via Po e egli mi si appropinqu e mi chiese con aria supplice s'io conoscea ove avesse bottega un qualche liquorista appo il quale egli volea prestare la sua opera di garzone.
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Incuriosito, gli dissi che io era un Mai^tre Pa^tissier et Confiseur Royal e nel contempo Confetturiere, Alchimista e Cuciniere, che ero in amicizia con un elvetico che avea una liquoreria e confetteria e gli dimandai il suo nome e donde provenia.
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Egli mi guat con riconoscienza, accenn una riverenza, mi disse chiamarsi Gaspare Campari, che avea quattordici anni compiti, che naccue nel paese di Cassolnovo che trovasi nel Regno del Lombardo Veneto e che da col erasi dipartito a piedi con pochi denari e molta speme per recarsi cost inquantoch avea saputo che in Torino eranvi dei valentissimi liquoristi e che egli bramava apprendere quest'arte.
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Memore dell'infame Firmino stentai un poco a porgergli ajuto, ma il suo sguardo schietto, il corpo suo che fremea dal disio di essere accontentato, il fatto che chiamavasi come colui che avea portato in dono al Bambinello Ges quanto avea di pi prezioso, l'infantile gesto di voler indurmi a ajutarlo porgendomi una moneta di poco conto che io non accettai ma che per lui era certamente di valore, mi indussero a tornare sui miei passi per condurlo alla liquoreria e confetteria dell'amico Giacomo Bass, col quale ero uso da lunga pezza discettare di elixir, che  locata accanto al numero 23 sotto il porticato della piazza detta del Castello e a raccomandarglielo quale valente garzone di buon comando e che io mi sarei fatto mallevadore della sua persona.
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Al che il giovinetto si gitt ai miei piedi e cingendomi le gambe disse che mi sarebbe stato grato per tutta la vita, che sarebbe certamente divenuto ricco e famoso liquorista, che qualsivoglia suo guadagno futuro lo avrebbe diviso meco e io gli carezzai il ricciuto capo e nel contempo un assai commosso Giacomo Bass afferm che un impegno cos generoso e oneroso meritava di essere agevolato e che forse sarebbe stata cosa buona e giusta che io, essendo valentissimo nell'arte di approntare degli elixir, avessi donato al garzoncello di una delle mie numerose ricette che tanto piaceano a Corte.
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Io assentii di buon grado e dissi che a breve lo avrei istruito su come preparare al meglio una bevanda da assumersi pria del convivio e avente la funzione di essere aperitiva per gli stomachi e prepararli all'assunzione dei cibi e soggiunsi che a essa io avea donato un nome fascinoso, ovverosia Bitter all'uso di Hollandia.
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Tale elixir, di cui sono massimamente ghiotto al pari di molti altri che ne fanno uso diuturno, era stato da me approntato con ingredienti segreti che posso solo dire essere fiori, foglie, semi, radici, bacche, frutti, erbe aromatiche, officinali e amaricanti, poco alcole, poco siroppo di zuccaro, aqua purissima e una polvere di colore rosso vividissimo ottenuta pestellando insetti esotici rinsecchiti nomantisi cocciniglie: tutti questi prodotti, tranne quelli liquidi furono omaggiati alla Casa Reale e alle sue Cucine dal Diplomatico Bernardino Michelemaria Drovetti.
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Oh Madre carissima!
Questa buona azione sar sicuramente ricompensata da Gaspare Campari e nell'attesa che venga quel giorno termino la mia missiva, attendo tue nuove, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e saluto con filiale riverenza il Parroco Antonio Maria Tellini che sempre rimembro nelle mie preci.
Ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno della domenica 8 dicembre dell'anno del Signore 1850.
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Lettera numero 15. 9 marzo 1851.
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Oh Madre, oh Madre mia!
Scrivoti nei giorni pi tetri di mia vita, ben peggiori di quelli che mi furono causati dal manigoldo Filiberto Bodritti allorquando mi ingann facendomi credere che noi si sarebbe andati con tre suoi commilitoni in gita di piacere a Torino con landau vis  vis e invece il fellone mi condusse e mi consegn nelle Cucine che faceano capo alla Reggia ove principiai a servire e riverire con dedizione dappria Sua Maest sovrannominata Il Tenacissimo, poscia Sua Maest sovrannominata Il Fermo al quale succedette Sua Maest sovrannominata Il Magnanimo e da ultimo l'attuale Sua Maest che  stata sovrannominata Il Galantuomo dal Primo Ministro Marchese Massimo Taparelli e poscia da nobili e plebei in generosa e servile emulazione.
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E proprio questa ultima Maest, che conobbi fin da quando era fantolino, mi ha inflitto una tremenda punizione pur essendo io incolpevole, della qual cosa son pronto in qualsivoglia momento a fare giuramento invocando Domine Iddio quale testimone, certo di non compiere peccato mortale.
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Oh Madre mia dilettissima!
Pria di narrarti il fatto che fu cagione di tanto profondissimo dolore scrivoti circa l'antefatto che richiese da parte mia tutto l'entusiasmo che da sempre contraddistingue il mio operare.
Venerd, l'infausto ultimo giorno del trascorso mese, nelle rinnovate mura del Reale Castello di Casotto in Garessio, al Capo Cuoco e Pasticciere Giovanni Vialardi venne comandato di approntare un banchetto che dovea coronare il termine d'una battuta di caccia partecipata da 
Sua Altezza Reale in qualit di Condottiero e da moltissimi cavallerizzi e cavallerizze.
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Il tempo era nevoso e i valorosi cacciatori sarebbero tornati infreddoliti e pertanto merc gli accordi che prendemmo, ebbi l'onore di approntare e presentare sul desco una preparazione che avrebbe certamente confortato col suo calore gli stomachi degli illustri Ospiti e cio` e` la polenta di farina di granturco acconciata alla moda della Valle di Aosta.
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Nel mentre ch'io facea approntare questo cibo, disposi puranco che fossero procacciati abiti e scarpe con cui camuffare quattro guatteri servitori al fine che apparissero rudi montanari e avutili, feci loro indossare calzoni di foggia zuava, una giacchetta di panno nero sovra una ruvida maglia di lana, un copricapo anch'esso di panno nero ornato da una bianca piuma di gallina e lignei zoccoli vivacemente ornati da motivi floreali.
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Allorquando Sua Maest convoc Giovanni Vialardi al lieto e spensierato desco, gli fece enumerare cosa prevedeva il men e a seguito di suo suggerimento decise quale avea da essere la prima portata e comunic ai Convitati che si principiava con una caldissima polenta pasticciata preparata dal Maestro Pasticciere delle Regie cucine, ci  da me.
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Oh Madre mia tanto cara!
L'essere stato il mio cibo il prescielto quale primo piatto dal Sovrano mi emp di giustificato orgoglio e di una felicit analoga a quella che mi don il Padre Suo allorquando mi elev di rango conferendomi l'incarico di Mai^tre Pa^tissier et Confiseur Royal e pertanto, facendo saltelli per l'irrefrenabile gioja, disposi ai guatteri Fortunato Esposito, Elio Sanpe`re, Eugenio Diotallevi e Vittorio Materdei di presentare sul desco senza indugio e di gran carriera la mia preparazione e celando la mia felicit con gran controllo di me medesimo, con trepidazione mi apprestai a consegnare finalmente al Rege la missiva scritta dal Maestro di Cappella e Camera e allorquando Giovanni Vialardi annunzi ai Convitati l'avvento della bollente polenta di farina di granturco acconciata alla moda della Valle di Aosta, io con mano tremante estrassi dalla saccoccia la lettera e mi appropinquai con passo felpato al capo della tavola ove era assiso Sua Maest.
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Oh Madre mia prediletta!
Ora  giuoco forza ch'io cessi di scrivere inquantoch il solo pensare a cosa accadde poscia mi fa tremar le vene dei polsi e veggo che la mia calligrafia non  pi tale e che sta divenendo tremula nel mentre che le lagrime scorrono copiose sul mio volto, ruzzolano sul foglio e dilatano l'inchiostro col quale vergo le mie parole, quasi a volerle cassare.
Scriverotti allorquando trover entro di me la forza per poter proseguire a narrare questo racconto che ti legger il Parroco Antonio Maria Tellini che come di consueto saluto con filiale riverenza e ponendo termine a questa dolorosissima lettera, invoco la tua benedizione, ricopro il volto tuo di baci e spero che il sonno giunga finalmente a por fine a questa mia inquieta veglia che da troppo tempo mi travaglia.
Questo ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nella tarda sera di domenica 9 marzo dell'anno del Signore 1851.
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Lettera numero 16. 16 marzo 1851.
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Oh Madre, oh Madre mia!
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Oh Mater dolorosa!
Con l'avere narrato e poscia cessato di narrarti quel che accadde l'ultimo nefasto giorno del trascorso mese io non volea punto arrecarti dolore e porti in ambascie.
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Come mi scrisse il Parroco Antonio Maria Tellini oltre a quanto tu gli dicesti, all'udire quello che egli ti lesse tu smarristi i sensi, cadesti al suolo e poscia malata, prendesti il letto e non ti sono ancora di conforto il febbrifugo, l'antinevrotico e i cataplasmi apparecchiati per te dal valente farmacista Pietro Palestrino.
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Ma io non volea recarti nocumento nel narrarti la mia sventura: lo feci affinch tu potessi essere Madre di buoni consigli e consolare le mie afflizioni perch se non a te, a chi confider le mie pene, a chi io parler, a chi racconter tutti i sogni miei?
Pertanto, non potendoti arrecare ulteriore nocumento, poscia l'antefatto, ora ti narro il risultato e ti rimembro che scrissi che diedi disposizione ai guatteri di presentare la polenta acconciata alla moda della Valle di Aosta e allorquando Giovanni Vialardi annunzi il suo avvento sul desco io mi appropinquai al Sovrano lentamente e con incedere elegante.
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Oh Mamma mia!
Cosa accadde allora?
Avvenne che i guatteri accorsero con la prima delle dieci enormi teglje su cui era adagiato il ghiotto e fumante cibo; avvenne che il mal nato, goffo e maldestro Fortunato Esposito incespic con gli zoccoli; avvenne che egli perdette l'equilibrio; avvenne che egli trascin seco gli altri tre serventi.
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E poscia cosa avvenne?
Accadde che i quattro sciagurati rovesciarono la polenta sul desco; accadde che la maestosa polenta acconciata e pasticciata con butirro sovraffino di latte di vacca e con grande copiosit e variet di formaggi di latte della medesima, di capra e di pecora sbrodol dal desco; accadde pertanto che essa, che era molto unta e molto calda, inzaccher senza peraltro arrecare loro altro nocumento che alla tenuta di caccia, alcuni Cavallerizzi e alcune Cavallerizze e, eccezion fatta per Sua Maest e per coloro i quali si allontanarono per mutarsi d'abito, i Convitati si sbellicarono, si scompisciarono e si sganasciarono dalle risa lanciando frizzi e lazzi alla volta mia e a quella dei guatteri che tosto si cavarono gli zoccoli e fuggirono piangendo lasciandomi sbigottito e inerme spettatore del disastro che eglino aveano procurato e a tal punto reputai essere cosa saggia il riporre la lettera nella saccoccia.
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Oh Mamma mia!
Sua Maest espresse grande disappunto per l'accaduto, sbrait che si dovea punirne uno per educarne cento e il Capo Cuoco e Pasticciere fatico` non poco per placare l'iracondia del Sovrano che volea ch'io fossi tosto estromesso da Corte, ma poscia il Re Galantuomo mi grazi ma nel contempo mi orb del mio rango.
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Ora attendo con angoscia il Regio Biglietto ma io spero, io ti prometto e io ti giuro oh Madre che al pari di quanto si narra a proposito del Santo di cui porto il nome m'adoperero` fintanto che diverro` il siniscalco di questa Real Corte.
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E nell'attesa di tale Biglietto, ben altri ne ho trovati affissi in ogni dove nei locali delle Regie Cucine e dei Dormitori sui quali sono vergati i seguenti esecrabili versi che parmi siano rivolti ai guatteri del Castello di Casotto e forse anche alla mia persona: "la polenta pasticciata / del maestro pasticciere / malamente fu versata / alla dama e al cavaliere / e il maestro pasticcione / venne tosto declassato / questa giusta punizione / di sicuro ha meritato" e per quanto io mi affanni al fine di celarli, essi riappaiono come per l'incantesimo di un novello Pasquino e tali parole vengono anche canticchiate ogniqualvolta io mi reco in quei locali, senza ch'io possa fare nulla e pertanto canterello pur'io.
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Ora l'ora  tarda e tergendo le copiose lagrime che scorrono sul mio viso, pongo termine a questa lettera, attendo tue nuove, invoco i tuoi consigli e la tua benedizione, ricopro l'emaciato volto tuo di baci e richiedo al Riverendissimo Parroco di fare officiare per noi due derelitti una novena a San Secondo di Asti.
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Oh Madre mia carissima!
Ci incontreremo quanto pria inquantoch debbo recarmi in Asti alla Cassa del Risparmio per fare domanda scritta al fine di poter prelevare del denaro inquantoch il Capo Cuoco e Pasticciere mi ha fatto intendere ch'io debba dimostrargli con generosit la mia gratitudine poich egli intercesse in mio favore appo Sua Maest, e tal cosa gli richiese non poca fatica.
Questo ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nella nottata di domenica 16 marzo dell'anno del Signore 1851.
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Lettera numero 17. 29 marzo 1851.
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Oh Madre mia dilettissima!
Quale terribile arcano mi svelasti!
Oh Riverendissimo Parroco!
Di quale ferale notizia vi faceste latore!
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Voi pertanto mi dite che il nome ch'io porto fu voluto dal Padre mio non con riferimento al Santo Teofilo Penitente della Chiesa di Adana ma bens per rimembrare il nolano Giordano Bruno che nel suo libro nomantesi "La cena de le ceneri" si ascose sotto il nome di Teofilo e che anzich essere amante di Dio fu frate scomunicato, ateo e bestemiatore a tal punto che la Sacra Inquisizione fu da lui obbligata a metterlo al rogo affinch la sua anima non andasse perduta e pertanto egli fu condotto per sua volont al sacrifizio supremo del fuoco purificatore e salvifico.
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E mi rendete puranco noto che il Padre mio fu accesissimo volterriano, massone e ateo, che per tale cagione non volle ch'io accedessi al lavacro del Santissimo Sacramento del Battesimo e mi dite ch'io pertanto non compaio nel libro dei battezzati della parrocchia di San Rocco e di qualsivoglia altra di Asti e che non sono giammai stato mondato dal peccato originale.
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Oh, perch non fui battezzato, oh perch non mi fu fatto questo dono poscia che rimasi orfano: forse per rispettare il volere di quell'uomo che mor entro i flutti e fuori dalla grazia d'Iddio?
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Ora tutto ci m'arrovella il cervello e mentre penso con enorme angoscia a questa inaspettata novit, io lambicco anche allo scopo di trovare un espediente per poter tornare a essere quel ch'io fui, ovverosia Maestro Pasticciere e in tal modo riuscire a porre al pi presto rimedio a entrambi gli infausti accadimenti.
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Oh Madre mia degna d'amore!
Sono dolentissimo di apprendere che la tua complessione sia vieppi peggiorata non solo per causa della ferale notizia ch'io ti diedi circa la perdita del mio rango ma eziandio per quanto tu dovesti confessare al Parroco Antonio Maria Tellini a proposito del recondito significato del mio onomastico, ma non temere: il frutto del ventre tuo che a sua insaputa credea di vivere nella grazia d'Iddio si monder dell'originale peccato assecondando quei saggi consigli che il Riverendissimo Parroco che mi legge e ti legge riterr essere opportuni e necessari per la salvezza della mia anima e a tal fine lo prego di fornirmi tutti i dettami ch'io debba osservare a tal fine e comunicarmi quale dazione riterr opportuna ch'io gli faccia pervenire con la prossima lettera.
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Oh Madre mia, che tu sia benedetta infra le donne per quel che silenziosamente patisti e stai patendo per cagione di tre uomini e sopportasti e sopporti tuttora con cristiana rassegnazione il dolore che eglino ti procurarono!
Per causa del tuo marito e Padre mio, il rissoso nizzardo Jean Baptiste di cui rimembro il nome ma non il volto il quale, allorquando io era nutrito dal seno tuo nell'ottavo trimestre di mia vita, defunse in peccato mortale e dal gorgo delle accue fu trascinato in quello del foco eterno.
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Per colpa del fellone, spergiuro e impomatato uffiziale Filiberto Bodritti che mi separ da te e poscia, soddisfatte le sue brame, si dilegu dicendo mendacemente che dovea andare a battagliare.
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Per ci che accadde all'incolpevole figliuolo tuo il quale, poscia averti donato tanta soddisfazione con il suo indefesso operare e molta pecunia da esso derivante, fu ricondotto da un destino cinico e baro nel medesimo e infimo rango che gli fu affibbiato allorquando, ancora pubere, pervenne nelle Reali Cucine di Sua Maest.
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Oh Madre mia ora inferma anche per cagion mia!
Allorquando l'Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e Cucina mi conceder di accorrere al tuo capezzale, io accorrer.
Nelle more saluto deferentemente il Riverendissimo Parroco Antonio Maria Tellini con preghiera di fornirmi quanto pria tue nuove e gli opportuni dettami per mondare l'anima mia.
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Oh dilettissima Madre!
Permetti ch'io ponga il mio capo sul tuo capezzale, affinch tu l'accarezzi nel mentre che io prego Domine Iddio che affretti la tua guarigione perch datosi che si appropinqua il giorno del tuo genetliaco sarebbe cosa bellissima che Egli ti facesse il dono della salute e per parte mia sono oltremodo lieto che ti sia pervenuto quello che affidai per la consegna al signor Domenico Musso della Stazione delle Poste di Asti e che tanto ti piaccue.
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Nella mesta ricorrenza del cinquantacinquesimo genetliaco ti scrisse da Torino il tuo devotissimo figliuolo Teofilo nel giorno di sabato 29 marzo dell'anno del Signore 1851.
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Lettera numero 18. 7 aprile 1851.
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Riverendissimo Parroco!
Lessi lagrimando per l'indicibile dolore che mi procur la vostra missiva con la quale mi annunziate che il medico preconizz che sianvi moltissime probabilit ch'io divenga nuovamente orfano.
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Per tale cagione subitaneamente mi affrettai al fine di richiedere udienza all'Ispettore in Capo di tutti gli Uffizii di Bocca e Cucina e gli mostrai la lettera che mi inviaste al fine che mi fosse concesso di avere personale contezza di come si appalesa la salute dell'inferma e egli mi ha dato licenza di accorrere al capezzale di Mamma Margherita solamente nella mattinata della prossima domenica.
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Nel frattempo ho ritenuto essere cosa buona e giusta l'avvisare dell'accadimento i parenti dimoranti nel paese di Capriglio e nell'ipotesi in cui taluno ritenesse opportuno il recarsi in Asti per fare opera di misericordia corporale e ivi giungesse pria di me e alloggiasse per qualche tempo appo la Madre mia prego la Riverenza Vostra di compiere un grande favore al mio riguardo.
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Datosi che in alcun modo non ho disio che oltre a Ella e alla Madre mia sianvi altre persone che vengano a conoscienza delle mie vicissitudini, Le richiedo di tutto cuore, oh beneamato Parroco, di voler celare accuratamente in uno o pi luoghi le mie tantissime lettere che nel corso di oltre otto lustri ho inviato a Mamma Margherita dalla Corte Sabauda.
Compiego a questa mia l'immaginetta medicamentosa della Sacra Sindone con preghiera che essa, come indicato a retro per lo specifico utilizzo in presenza di allucinazioni tattili, gustative, olfattive, auditive e visive, venga dappria immersa nell'Aqua Benedetta, poscia unta con l'Olio Santo degli Infermi e infine adagiata sulla fronte della Madre mia quale impacco medicinale che di certo fugher i malesseri nervosi che l'affliggono.
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Riverendissimo Parroco!
Ella mi informa che, al fine di sopire l'interesse smodato che il Vescovo di Asti ha dimostrato di avere riguardo all'ospizio per gli orfanelli, la cittadinanza ha ritenuto essere meglio prevedere un ricovero per trovatelle, almeno fintantoch perseverer nella sua carica, e io rassicuro che comprendo appieno tale necessit e che contribuir egualmente per quanto mi  consentito alla buona riuscita dell'opera pia che Ella ha voluto intraprendere.
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E a tale proposito e come da sua desiderata, informo di quel che ora circola a Corte in merito alle vicende del Vescovo di Asti, come se le notizie di gazzette e giornali non fossero bastevoli: trattasi della copia del testo di una lettera inviata tempo addietro al Cardinale Tommaso Pasquale Gizzi Segretario di Stato di Sua Santit dal Nunzio Apostolico di Torino Antonio Benedetto Antonucci e della quale trascrivo un brano.
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"Mi affretto di informare V. E. R. d'una calunnia la pi nera che mai possa immaginarsi a carico del Vescovo di Asti Mr. Artico.
Il giorno 19 del c. venne da me S. E. il sig. Conte Avet Primo Segretario degli Affari Ecclesiastici e mi comunic in nome del Re due dettagliati rapporti, uno diretto a V. E. e l'altro indirizzato a questo Senato sottoscritto il primo da un ecclesiastico ed il secondo dallo zio di un chierico per nome Giuseppe Risso di Baldichieri, ne' quali il suddetto Vescovo venia denunziato come reo di sodomia con esso chierico attaccato da mal venereo nelle parti posteriori per i ripetuti atti esercitati da lui sul medesimo, che ora trovasi per tal motivo ridotto agli estremi di sua vita.
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Il sullodato sig. Conte mi comunic egualmente che il Senato, tosto ch'ebbe ricevuto il detto rapporto si era subito riunito in sessione straordinaria e che, senza consultare il Re, avea risoluto di mandare al castello di Baldichieri, dove il mentovato chierico trovavasi malato, una commissione criminale composta d'un senatore, d'un segretario e di due aggiunti et cetera".
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E si mormora, senza per comprenderne la motivazione, che il propalatore di tale lettera sia Silvio Pellico del quale il Vescovo fu a lungo Padre Spirituale e consol il suo immenso dolore, che giammai si sop, allorquando il giovinetto Odoardo Briche del quale l'insigne patriotta era amorevole precettore, si orb della vita con un colpo di schioppo.
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Riverendissimo Parroco!
Ringrazio per avermi fornito gli opportuni dettami per poter mondare l'anima mia dal peccato originale che  ancora in me e che scaccer quanto pria, mi genufletto con filiale rispetto e con l'impegno di notiziarla di eventuali altri accadimenti riguardanti la persona di Filippo Artico, Vescovo di Asti e Principe Prelato Domestico di Sua Santit Gregorio XVI.
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Abbia cura della Madre mia nel mentre ch'io giunger!
Scrisse da Torino il Vostro devotissimo Teofilo, peccatore a sua insaputa, il giorno di luned 7 aprile dell'anno del Signore 1851.
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FINE.